Poietico

po-iè-ti-co

Significato Che riguarda l’atto, il momento della creazione artistica

Etimologia da poièsi, voce dotta recuperata dal greco poíēsis ‘facoltà creativa’, ma anche ‘arte poetica’, e propriamente ‘composizione, fabbricazione’, derivato di poiéō ‘fare, costruire, comporre’.

Poietico non si distingue tanto da poetico, vero? Però il poetico, per quanto di sublime levatura, ci è noto, e anzi consueto, mentre davanti al poietico possiamo restare perplessi. In effetti, ha proprio l'aria di una parola difficile. Che cosa hanno in comune, e in che cosa si distinguono?

Il punto fondamentale di questa analisi è il confronto con un verbo greco enorme, cioè poiéō, 'fare, costruire, comporre'. La poíēsis è l'arte poetica che, passando in latino, dà vita durante il Medioevo alla nostra poesia, ma la poiesi da cui il nostro poietico deriva è un recupero dottissimo che fa riferimento a un paradigma aristotelico: contempla questa poíēsis come facoltà creativa. L'arte poetica è una composizione, una fabbricazione, e lo è per eccellenza, ma la poíēsis ci mostra come la facoltà creativa possa avere un respiro più generale.

In effetti, possiamo anche parlare di una facoltà creativa molto concreta. Ad esempio, -poièsi è anche un elemento di cui si è appropriata la scienza medica e parla proprio della produzione, della creazione: l'emopoiesi è la produzione di sangue, per dirne una. Ma diverse scienze lo hanno impiegato, pensiamo anche all'autopoietico.

Ecco, nessuno deve convincerci che questo sia un ambito importante dell'esperienza umana, ma è un ambito occupato, sovranamente, da un concetto e relativi attributi che hanno un successo totale, a cui spesso permettiamo di eclissare sfumature più sottili. Sto parlando, naturalmente, proprio del creativo, della creatività.

Il creativo, con la sua attitudine all'invenzione, può essere estremamente serio come anche drammaticamente fatuo. Dall'artista rivoluzionario che giganteggia arriva alla pubblicità fino alle più leziose bizzarrie: può restare in superficie, e soprattutto, per quel che ci interessa, può non sfociare in nulla. Quanti ingegni creativi non si sa bene che cosa creino...!
Il poietico è fattuale. Produce. Tanto che non ci qualifica un'inclinazione generica: l'attività poietica è tale in quanto si lascia dietro un prodotto.

Da questo lato avremmo anche il produttivo, che però ha un piglio industriale, o almeno economico, e sembra piuttosto imperniato sulla resa. Se invece volessimo buttare il pallone dall'altra parte, sull'accesso alle altezze della creazione, avremmo un potentissimo demiurgico, che parla — in maniera metafisica o quasi — dell'atto creatore dell'artefice (il riferimento è al Demiurgo, divinità platonica che fabbrica il mondo mediando le supreme incorruttibili idee dell'Iperuranio).
Curiosamente, se avanzassimo un confronto con pratico faremmo un cortocircuito: in Aristotele la prassi è opposta alla poiesi — prassi è qui l'attività senza prodotto, come quella etica e politica. Invece, la naturale resa dei conti col gemello poetico ci porta a un nodo che è specificazione: il poetico si estende nel campo della parola e di tutto ciò che può creare tensione spirituale, suggestionare suscitando sentimenti e fantasie, da una scena di film a un'alba sul mare — perciò non tutto il nostro poetico è poietico.

Quindi — eccoci al momento poietico — posso parlare dei mezzi poietici di un'intellettuale, che dei suoi pensieri fa articoli e quadri; posso parlare della dimensione poietica che il fabbro trova nel suo lavoro; parlare dello studio teorico e pratico che infine trova un inatteso sbocco poietico. (Che differenza, se avessimo invece detto creativo o produttivo!)

Per quanto sia una parola di una famiglia conosciuta e di solido pedigree, è sofisticatissima — peraltro, è anche relativamente recente, il recupero dal greco è degli anni '50. Permette di cogliere in maniera raffinata, e con grande nitore, un momento senza eguali nel suo esito più concretamente creativo.

Parola pubblicata il 11 Settembre 2026