Profumo
pro-fù-mo
Significato Sostanza odorosa e gradevole, di origine naturale o sintetica, liquida o gassosa; l’odore gradevole stesso emanato da corpi, sostanze, fiori o cibi. In senso figurato: atmosfera indiziaria, presentimento o parvenza caratteristica di qualcosa
Etimologia derivato di fumo, la cui ricostruzione è filologicamente complessa e incerta. L’ipotesi più accreditata riconduce il termine al latino volgare *perfumare ‘esalare, emettere odore’, da cui la forma ricostruita *perfumus (o viceversa), formato dal prefisso per- ‘attraverso, per mezzo di’ e fumus (‘fumo, vapore’). Una seconda e altrettanto plausibile trafila muove invece dal verbo latino fūmigāre, da cui è derivato il tipo settentrionale profumego (documentato nel veneziano insieme a profumegar), successivamente passato al toscano nella forma profumico.
Parola pubblicata il 18 Giugno 2026

Ho pensato a questa parola nell’istante in cui, dopo molti mesi, sono riuscita a tornare in un luogo del cuore — quello della mia infanzia. Credo capiti a tutti: ci sono posti che restano legati alla memoria — parola di cui abbiamo parlato proprio una settimana fa, e che non a caso porta in sé la stessa idea di “aver cura”, di trattenere ciò a cui teniamo — non solo per immagini, ma per odori. Nel mio caso era il profumo delle pigne, della resina, degli alberi sempreverdi. Per altri potrebbe essere il profumo della salsedine, del mirto, delle limonaie, del basilico sul balcone bagnato, della pioggia sull’asfalto caldo d’estate. Perdonate questo inizio insolito, più intimo del consueto — ma mi è parso il modo più onesto per entrare in una parola che vive proprio di questo: di varcare la soglia tra il fuori e il dentro, tra il passato e il presente.
Se l’immagine, per esistere, richiede la distanza dello sguardo – un soggetto e un oggetto separati da uno spazio che rende possibile la visione – il profumo funziona all’opposto: esige una prossimità assoluta, un’invasione impalpabile che satura lo spazio e attraversa i confini del corpo. Non si guarda un profumo: si subisce, si respira, spesso senza nemmeno accorgersene. Anche la sua storia linguistica, del resto, è un’archeologia che ci riporta davanti agli altari fumanti dell’antichità — pur restando, va detto, largamente incerta. Le ipotesi sono più di una. La più diffusa risale al latino volgare *perfumare — 'esalare odore' — da cui sarebbe derivato il sostantivo *perfumus, o forse il percorso fu inverso. Una seconda ipotesi, ricostruita dall’Accademia della Crusca a partire dal DEI, muove invece dal verbo fūmigāre: da questo deriverebbe la forma settentrionale profumego, attestata nel veneziano insieme al verbo profumegar, e passata al toscano come profumico, di cui si trova traccia già nel Trecento. In entrambi i casi, comunque, la radice resta fumus — e dunque il legame con il rito del suffumigio, il bruciare resine e aromi per propiziare gli dèi. C’è quindi qualcosa di poetico, quasi paradossalmente immaginifico, nel fatto che la parola profumo porti dentro di sé un fumo. Non il fumo acre, ma quello chiaro e leggero degli incensi – un fumo che attraversa, che sale, che porta qualcosa da qui a lì. Non a caso, secondo la tradizione, fu un profumo ad annunciare Cleopatra a Marco Antonio: le vele della sua nave, impregnate di essenze, ne diffondevano la presenza prima ancora che fosse visibile — il profumo come messaggero che precede chi lo indossa. Shakespeare, nell’Antonio e Cleopatra, immortala quelle vele con un’iperbole memorabile: «so perfumed that / The winds were love-sick with them» — così profumate che le brezze ne languivano d’amore. L’aria stessa, in questa immagine, diventa un corpo capace di desiderio.
Quale che sia la genealogia esatta, c’è un capovolgimento che vale la pena notare: il significato che oggi sentiamo come il più naturale e immediato — l’odore dei fiori, l’esalazione spontanea di un giardino — è in realtà il più recente. Fino all’Ottocento profumo indicava quasi esclusivamente la sostanza, il prodotto, il suffumigio; è solo sotto l’influsso del francese che la parola si apre al significato che oggi consideriamo primario. Il profumo dei fiori, insomma, è arrivato dopo il profumo in boccetta.
È utile, a questo punto, confrontare profumo con il suo parente più prossimo: odore. L’odore è la parola neutra, ambivalente — può essere buono o cattivo, e da solo non promette nulla. Il profumo, invece, nasce già schierato: è l’odore che ha superato un esame, che è stato giudicato gradevole, raffinato, degno di essere ricercato.
Come spesso accade alle parole dotate di una forte carica sensoriale, il profumo ha colonizzato lo spazio della metafora. Lo usiamo per indicare non più un dato fisico, ma un’atmosfera indiziaria, un presentimento impalpabile eppure evidente. Diciamo allora, con un tocco di ironica certezza, di «sentire profumo di vittoria» o «profumo di denaro». Al contrario, quando l’aria si fa greve e l’indizio si fa minaccioso, il lessico devia bruscamente verso i territori dell’olezzo o della puzza: ecco che si palesa la «puzza di fregatura» o la «puzza di miseria».
Né mancano le variazioni affettuose. Il linguaggio quotidiano ama il diminutivo, quel «che profumino!» che si leva dalle cucine, celebrando la fragranza stuzzicante dei cibi appetitosi. Un’eco di questa antica attrazione tra olfatto, bontà e bellezza sopravvive ancora oggi nell’uso, tipico di alcune regioni meridionali, di dire “che bel profumo” anziché “buon profumo”, un affascinante retaggio del latino bĕllu(m) ‘grazioso’, che anticamente significava 'buono, onesto'.
Ora che queste righe giungono al termine, mentre chi scrive è ancora immerso tra la resina e i ricordi del proprio posto del cuore, sorge spontanea una domanda che scavalca la pagina. Voi che leggete questa parola del giorno, quale profumo custodite nel recesso più profondo del vostro cuore? Di quale frammento di passato siete, ancora oggi, l’inconsapevole e fedele ampolla?