Schancafrità

schan-ca-fri-tà

Significato Varietà: occitano alpino — Letteralmente ‘sciupa-frittate’, offesa bonaria per ‘buono a nulla’, ‘perditempo’, ‘inconcludente’

Etimologia dal latino ex-ancare (anca è derivato dal germanico *hanka gamba, coscia) — come sciancato, nel senso di ‘con un’anca slogata, fuori posto’ — composto con un derivato del latino frīgĕre ‘friggere’, da cui anche frittata.

La parola di oggi è una delle tante offese (a volte bonarie, come questa, a volte meno), che, a solo farne l’elenco per un singolo dialetto italiano, riempirebbero chissà quanti volumi; folle anche solo pensare di fare un censimento di questa parte del lessico in tutte le varietà dialettali italiane. Vi do, scherzosamente ma non troppo, due riferimenti bibliografici per approfondire un tema di grande interesse: Insultare gli altri di Filippo Domaneschi, dotto professore di pragmatica linguistica a Genova, e la leggendaria rivista Maledicta: The International Journal of Verbal Aggression, fondata nel 1977 dal filologo e linguista di origine tedesca Reinhold Aman, un accademico nato in Baviera che, dopo aver avuto problemi di carriera a causa del suo carattere spigoloso, decise di dedicare la sua vita alla "maledittologia" (lo studio scientifico del turpiloquio); pubblicata dal 1977 al 2005, Maledicta era un vero e proprio journal accademico. Raccoglieva studi serissimi di professori, psicologi e filologi di tutto il mondo.

Lo schancafrità è il buono a nulla, quello che tutto ciò che sa fare è lacerare, sciupare le frittate, che non sa realizzare una cosa tanto elementare come una frittata tutta intera. La scrittura (da leggersi “s” + “ci” di ciao, non con la sc- di sciarpa) è quella dell’occitano, in particolare dell’occitano alpino parlato nelle valli cuneesi e torinesi: e per Ines Cavalcanti, amica di una vita, quasi tutti erano degli schancafrità o dei pelacordin (da leggersi quasi /pélacurdìng/), rispetto a lei che lavorava per quattro, e altrettanto progettava, dirigeva, coinvolgeva. Tecnicamente il pelacordin (insulto scherzoso diffuso in tutto il Piemonte) è uno che è talmente tirchio che va a recuperare da terra i pezzettini di spago: io però, nell’occitano di Ines, me lo sono sempre immaginato come uno che, per passare il tempo o per incapacità di fare qualunque altra cosa, invece di pensare a come salvare la cultura e l'ambiente della sue montagne e a darsi da fare con qualcosa di concreto e poche chiacchiere, sta lì a spelacchiare uno spago.

Già, la cultura delle Valli Occitane, di quelle valli poco conosciute e oggi in parte ancora terribilmente spopolate che tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 hanno conosciuto un abbandono quasi totale (certe località remote, come Elva, sono passate da 1100 abitanti … a 30) dove si parla la lingua d’òc, la lingua dei trovatori medievali, dove ancora è diffuso il crèdo valdese, l’unica forma di cristianesimo ‘protestante’ che ha attecchito (se pure solo in poche valli appartate) in Italia. Ogni volta che ci parlavo ero impressionato dall’esperienza vissuta in una sola vita, ponte tra due mondi inconcepibilmente diversi, eppure attraversati con lo stesso ottimismo e la stessa fiducia nel potere del fare e del far capire.

A Elva, appunto, nel 1960 c'erano centinaia di bambini, e c’era solo la mulattiera, non la strada asfaltata. In seguito a un attacco di appendicite, il padre porta la piccola Ines in spalla giù per il sentiero, per 8 km fino alla strada, dove è riuscito fortunosamente a far arrivare una macchina grazie a una telefonata dall’unico telefono del paese. La macchina li porta in 2 ore all’ospedale di Cuneo, dove un dottore appena laureato riesce a imporsi perché si provi almeno ad operarla: per tutti gli altri la peritonite era talmente avanzata che non valeva la pena, la bambina sarebbe morta nella notte. Quella stessa bambina, 60 anni dopo, durante l’organizzazione del Premio Ostana "Scritture in Lingue Madri”, dedicato a tutte le piccole lingue del mondo, è a progettare con me la realizzazione, grazie all’enorme materiale orale e scritto raccolto da lei in una vita di ricerca e d’animazione culturale, di un sistema di traduzione automatica e di sintesi vocale nell’occitano alpino tramite l’intelligenza artificiale. «Carlo, ses lo sòlit schancafrità, ma che aspetti a realizzarlo?»: il futuro è la grande occasione per le nostre piccole lingue e per le nostre borgate di pietra che stanno rinascendo con un turismo nuovo, sostenibile, per quelli che fuggono dalla pianura annichiliti dal caldo. Perfino con il cambiamento climatico Ines riusciva a essere ottimista.

Le valli occitane del Piemonte piangono la madre, l’amica, la geniale attivista che da Elva, nella più remota valle laterale (comba come dicono loro, pron. /cumbo/) della remota Val Maira, ha donato coscienza e orgoglio linguistico e culturale a una montagna che Nuto Revelli aveva chiamato Il Mondo dei Vinti, e che invece vuole continuare a dare, al mondo, la propria visione della vita, e quello che già i trovatori chiamavano lo gai saber, il gioioso sapere, la gaia scienza.

Parola pubblicata il 10 Agosto 2026

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.