Sintomo

sìn-to-mo

Significato Indizio, segno o preannuncio di un evento futuro; manifestazione esteriore di una condizione psicologica, di un atteggiamento o di un sentimento, o del comportamento che ne deriva; in senso tecnico, evento morboso, indicatore o caratteristico, da solo o insieme ad altri, di una malattia

Etimologia voce dotta recuperata dal latino tardo symptoma, dal greco medico sýntoma, ‘coincidenza, accidente, avvenimento fortuito’, derivato di sympípto ‘accadere in concomitanza, cadere insieme’ (syn- ‘con, insieme’ e pípto ‘cadere’).

Il sintomo è, per definizione, una parola da ambulatorio: febbre, eruzione cutanea, vertigini. Appartiene al lessico medico e indica una manifestazione osservabile che segnala una malattia. Ma c'è qualcosa di affascinante in questo termine: è ciò che si vede, non ciò che è. Il sintomo è sempre la superficie di una profondità, la spia luminosa sul cruscotto che si accende senza dirti esattamente cosa si è rotto sotto il cofano.

Eppure, la parola esce sovente dall'ospedale e circola con disinvoltura nel parlare quotidiano. Diciamo che quel silenzio assordante è sintomo di disagio, che quel cipiglio del nostro partner è sintomo di qualche errore commesso, che quella pila di documenti è sintomo di un'intensa giornata lavorativa, che il cielo grigio è sintomo di pioggia. Non stiamo diagnosticando nulla di medico, ma stiamo facendo la stessa operazione: trattiamo un fatto come indizio di altro, come una crepa sulla parete che suggerisce un problema nelle fondamenta.

L'etimologia ci aiuta a capire meglio: sýmptōma in greco significa letteralmente ‘ciò che cade insieme’, da sympíptō. Il sintomo è qualcosa che accade insieme a qualcos'altro, ma non è quell'altro. Cade nello stesso momento, nello stesso spazio, ma resta distinto. Ed è proprio questa natura ambigua che rende il sintomo così potente e, a tratti, così inquietante. È presente, evidente, talvolta perfino ingombrante. Ma non è mai la cosa stessa. Potremmo quasi dire, giocando, che assomiglia al celebre paradosso del gatto di Schrödinger: esiste in uno stato sospeso, insieme manifesto e indeterminato, finché un atto interpretativo non ne fissa il senso. La febbre non è l'infezione, il silenzio non è il rifiuto, l'insonnia non è l'ansia: sono manifestazioni che chiedono di essere interpretate, collegate, lette come pezzi di un puzzle più grande.

E quindi il sintomo non è mai chiarificatore, bensì rende evidente che c'è qualcosa da approfondire. Ha, nella sostanza, bisogno di qualcuno che lo noti, lo colleghi ad altri elementi e lo inserisca in una storia. Senza questo passaggio interpretativo, la febbre è solo calore e il silenzio è solo assenza di parole. Ma nel momento in cui qualcuno dice «questo è un sintomo», tutto cambia: quel fatto diventa carico di senso possibile, diventa domanda. Ed è una domanda che non garantisce risposta univoca. A differenza di un segnale stradale, il sintomo non funziona per codice fisso. Non c'è una corrispondenza stabile tra ciò che appare e ciò che significa. Lo stesso mal di testa può essere stanchezza, stress, disidratazione, o qualcosa di più serio. La stessa irritabilità può nascere da mille cause diverse. È per questo che il sintomo è scivoloso: può essere sottovalutato, o anche drammatizzato, e richiede competenza, intuito… e anche un po' di fortuna.

Nella lingua quotidiana, chiamare qualcosa ‘sintomo’ significa sottrarlo alla normalità e dargli un peso. C'è un leggero allarme in questa parola, una vigilanza. Dire «è un sintomo» significa rifiutare l'idea che ciò che accade sia neutro o casuale. È una forma di comunicazione, sicuramente imperfetta, indiretta, spesso involontaria, ma difficile da ignorare. In questo senso, il sintomo è una voce senza intenzione. E, forse, è proprio per questo che inquieta: perché ci ricorda che non siamo sempre trasparenti a noi stessi. Che qualcosa può affiorare senza essere ancora compreso, che possiamo essere leggibili prima di sapere cosa stiamo comunicando. Eppure, per quanto ambiguo, è spesso l'unico punto da cui si può cominciare. Quando qualcosa non funziona – nel corpo, in una relazione, in un sistema – il sintomo è la prima traccia, il primo filo da seguire.

Piccola postilla da una ipocondriaca. Se, leggendo questa parola, inizierete a riconoscere sintomi ovunque: tranquilli, è normale (o almeno così mi dico). Il problema dei sintomi è che una volta che impari a vederli, non riesci più a smettere. L'importante è ricordarsi che interpretare i sintomi non è una scienza esatta, e che Google, per quanto tentati possiamo essere di consultarlo, non è un detective particolarmente affidabile.

Parola pubblicata il 22 Gennaio 2026