Sound

sàund

Significato Sonorità tipica di un genere o di un esecutore; ambientazione sonora, dovuta al genere musicale o, nella musica non colta, alle scelte dell’interprete.

Etimologia termine inglese coniato sull’antico francese son, usato in senso specifico per indicare la sonorità tipica di un genere o di un esecutore, derivato dal latino sonus ‘suono; voce, intonazione’, da sonare ‘suonare, risuonare; cantare’ di origine indoeuropea.

Certamente né Dante, né Leopardi, hanno mai declamato nei loro carmi il sound. Però, sebbene non sia raccomandabile ricorrere alla lingua inglese quando si disponga di vocaboli equivalenti nel lessico materno, questo è uno di quei casi in cui un monosillabo straniero, ormai entrato nell’uso, sostituisce ciò che potremmo rendere solo con un’italica perifrasi.

In compenso, la parola odierna ha un ‘suono’ familiare per via della paternità latina, generata dalla ricostruzione dell’indoeuropeo sweno-. Il soun si forma infatti nell’isola britannica durante il Medioevo, adottato dal francese anglo-normanno soun (sostantivo) e suner (verbo), appunto dal latino sonus. Solo nel XVI secolo si definì la forma con terminazione in -d.

In latino il termine copriva un’area semantica abbastanza vasta ma omogenea: suono, anche rumoroso, o parola; poteva inoltre significare voce, canto, e poi accento, fino a indicare il tono, il carattere di uno stile e infine la sonorità.

Il significato che è maturato nell’inglese (oltre a quello di suono vero e proprio con tutte le possibili combinazioni: sound engineer, soundtrack, soundcheck…) e che abbiamo importato, indica la qualità distintiva della musica di un particolare compositore o esecutore (solitamente di musica non classica: jazz, pop, colonne sonore e tutta la musica applicata, come per esempio quella di un videogioco o di un jingle). In aggiunta, il sound può indicare il suono prodotto da un particolare strumento musicale, o da un gruppo: il sound dei Beatles o dei Led Zeppelin. O, appunto, può caratterizzare, a grandi linee, un genere: il soul, il blues, il rock.

Il sound suggerisce l’atmosfera, crea aspettative, similmente a quanto avviene nell’orchestrazione classica, che potrebbe essere considerato il termine omologo di sound, ma in ambito cólto. Chi appronta un’orchestrazione, sceglie gli strumenti a cui affidare le parti musicali di una composizione. Pensiamo al Bolero di Ravel; cosa diventerebbe senza la magistrale orchestrazione del suo autore?

E cosa è successo quando Volare, invece di essere cantata da Domenico Modugno, è stata interpretata dai Gipsy Kings? Tutto un altro sound: cambiano gli strumenti, la voce solista, ma anche il ritmo, la velocità esecutiva…

Nel campo della musica ‘non classica’ l’ambiente sonoro che si vuole creare può avvalersi di una strumentazione digitale, dove un pad di archi simulati sostituisce con facilità un tappeto di archi suonati dai Berliner Philharmoniker; alcune persone non si accorgono affatto della differenza e molte musiche di sottofondo, da quelle per i documentari a quelle per i film adottano questa soluzione, che consente una notevole riduzione di costi e tempi di realizzazione, seppure a scapito della qualità musicale. Infatti non si può orchestrare senza disporre di strumenti reali, mentre un sound trasgressivo può scaturire da un computer anche senza toccare né una corda, né un tasto.

Il sound identifica qualcuno o qualcosa grazie all’atmosfera sonora che crea. Fuori dal tecnoletto musicale ‘leggero’ o jazz, si può tentare un uso figurato; con una lettura sinestetica si potrà provare a descrivere il sound ricco ed ermetico evocato dalle rime di Arnault Daniel o quello spudoratamente nonsense prodotto dai testi degli scrittori futuristi.

Tuttavia, in alcuni momenti, il miglior sound è il silenzio.

Parola pubblicata il 26 Giugno 2022

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