Stucco
stùc-co
Significato Varietà: fiorentino — Incontentabile, a cui non va bene nulla, specie nel mangiare
Etimologia da stucchevole: colui che trova tutto ‘stucchevole’; a sua volta da longobardo stuhi ‘stucco’, cioè che riempie, per traslato ‘fino alla nausea’.
Parola pubblicata il 07 Settembre 2026
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.

In passato c’era un certo complesso d’inferiorità da parte dei lessicografi, e quasi ogni parola, se fiorentina, veniva registrata nei vocabolari, al limite con ‘tosc.’, anche se era del tutto sconosciuta fuori dell’area. Era facile per noi fiorentini vincere scommesse con l’amico di turno che diceva “questa parola non esiste, la dite solo voi” e a cui tu sventolavi in faccia la pagina del vocabolario che regolarmente la riportava. Questa cosa è in gran parte appartenente al passato: si è persa la percezione che la lingua italiana irradi da Firenze (cosa che rimane vera da un punto di vista diacronico, ma nient’affatto da un punto di vista sincronico: paroloni per dire ‘un tempo’ e ‘ora’), e sempre più spesso i toscanismi vengono percepiti come molto locali, e tendono a non diffondersi affatto nella lingua nazionale, come invece fanno sistematicamente voci di origine per esempio romanesca.
Lavorando all’Atlante Lessicale Toscano diretto da Simonetta Montemagni (di cui vi darò il link in qualche altra puntata, perché ancora la nuova versione non è pubblicata), sto trovando estremamente divertenti alcune carte onomasiologiche (si dà un concetto e si chiede come lo si esprime) e semasiologiche (si dà una parola e si chiede che cosa significa per il parlante), come al solito nel dominio dei difetti fisici e psicologici, area ricchissima di lessico locale: pare che davvero la facoltà del linguaggio abbia tra i suoi scopi primari quello di parlare (male) degli altri.
Sono parole che conosco quasi tutte e fanno parte del mio lessico ordinario, per cui faccio fatica a capire quali sono puramente toscane e quante comprensibili a un pubblico genericamente italiano.
Ho davanti la carta 446B-Persona difficilmente contentabile: stucco (usatissimo da noi, specie per quelli a cui non piace nulla nel mangiare), stuccóso, ficóso, uggióso, gestróso, e poi pilloccoloso, palloccoloso; tra le parole ‘normali’, che comparirebbero in uno Zingarelli, trovo solo difficile e incontentabile, probabilmente influenzati dalla lingua letteraria.
Di queste molte parole è arduo risalire all’etimologia, che è una disciplina molto seria, vuole prove documentarie e non permette di tirare a caso. Per la parola di oggi ci proviamo, ma con nessuna certezza.
Dal longobardo stuhi ‘intonaco’, passato a italiano stucco, cioè ciò che può essere utilizzato per riempire le crepe, i buchi, si ha stucchevole, che quindi metaforicamente riempie lo stomaco fino alla nausea. Ma “stucchevole” è una cosa, mentre "stucca" è una persona: sarà, penso, colei che trova tutto stucchevole, nel mangiare, e da lì in generale nella vita.
Parole di cui letteralmente si ‘perde il filo etimologico’ (cosa che non capita per zone del lessico più tranquille, come, per dire, le parti del corpo), anche perché spesso sono confinate all’oralità, e geograficamente molto ma molto variabili. Ed è interessante il motivo psicologico di questa esplosione di varietà, che si ha per descrivere i difetti, ma non per descrivere i pregi. Come mai?
Da una parte il fenomeno dell’interdizione, le parole “brutte” diventano “troppo brutte”, si tabuizzano e devono essere sostituite da altre, che fanno ripartire il ciclo. E poi un bias psicologico cognitivo molto umano, che semplifico ma che è molto serio: siamo evoluti per notare i problemi e le difficoltà, di ogni tipo, e per tralasciare (e dimenticare, e non descrivere) ciò che va bene. Per il semplice fatto che dai problemi, e dalle persone che ne pongono, bisogna difendersi e allontanarsi, a fini di sopravvivenza, mentre da ciò che va bene non abbiamo nessun insegnamento da trarre. I buddisti chiamano questo atteggiamento psicologico dukkha, ‘insoddisfacibilità’, e — correttamente — la individuano come definitoria, costitutiva dell’essere umano, e delle quattro Nobili Verità ben due parlano di questa (e le altre due del metodo per superarla). Andando sulla psicologia evolutiva, invece, vedere problemi dove non ce ne sono non è particolarmente rischioso ai fini diciamo darwiniani; invece non vedere rischi dove ce ne sono è estremamente pericoloso... e (quasi) tutti quelli che psicologicamente funzionavano così, e magari avevano un lessico ricchissimo per dire quanto gli altri erano simpatici, generosi, accontentabili, adorabili... si sono estinti e noi poveri afflitti da dukkha siamo tutti discendenti degli altri.
Ah, dimenticavo la frase dell’esempio, è d’autore: è quello che m’ha detto il carissimo amico Neri Binazzi dopo che avevo rifiutato un certo piatto di radicchio al forno (letteralmente l’unica cosa che non mangio) a un convegno di geo-linguistica non so dove in Veneto: cólto professore e traduttore in fiorentino di Topolino (con uscite che ormai stanno diventando periodiche), e, come autore del Vocabolario del Fiorentino Contemporaneo, il più grande esperto di quest’area grigia del lessico italiano costituita da parole del fiorentino, e del toscano in generale, che non sono passate all’italiano standard.