SignificatoEstensione tridimensionale di un corpo; massa; intensità di un suono; libro, anche parte di un’opera
Etimologia voce dotta recuperata dal latino volumen ‘giro, rotolo di pergamena’, da volutus, participio passato di vòlvere ‘volgere’.
Il volume è il giro. Cioè, il volumen nasce come giro, inteso in special modo nel senso di rotolo. Erano volumina i rotoli di papiro, e quindi in genere i libri; ma siamo davanti a un derivato del verbo vòlvere, che — anche questo — è un verbone, col significato di 'volgere', dalla cui pianta sbocciano la volta e il voltare, il rivolgere, le circonvoluzioni, i convolvoli o vilucchi, l'evolvere, le volute, il volubile e via e via. Che bello. Una derivazione del genere ci suggerisce subito che comunque i significati di volumen, anche se potevano avere accezioni molto specifiche, dovevano essere ampi: il suo giro poteva in effetti essere orbita, curvatura, rovescio di fortuna, gran rotolamento di parole e di tempo, e anche il giro mentale.
Ora, evidentemente è vecchia quanto la tecnologia del libro l'osservazione di un'inclinazione alla ponderosità. Questi diavolo di rotoli, s'immagina, a forza di giri potevano assumere dimensioni che scappavano di mano, con una tendenza alla rotoballa; anzi, addirittura è già antico il volume nel senso di tomo, parte di opera — suddivisa in più rotoli. Ebbene, nel latino tardo questa suggestione si traduce in un'astrazione importante: il volumen si fa corpo, massa. E di qui già traguardiamo il nostro volume, che è estensione di un corpo nelle tre dimensioni, o lo spazio delimitato da una superficie chiusa.
Recuperato un significatone del genere, ci si fa quel che si vuole: lo si usa con rigore scientifico, come quando calcoliamo il volume della piramide, o meno, come quando ti promettono che lo shampoo darà più volume ai tuoi capelli; lo si usa con una tonalità globale per i volumi d'affari e di traffico, mentre in campo artistico si considerano i volumi come pienezze plastiche — architettoniche, scultoree, pittoriche (peraltro questo pare un'accezione piuttosto recente, della seconda metà del Novecento).
Questa pienezza di dimensione ha finito per essere applicata anche al suono — troviamo questo impiego a fine Settecento per la prima volta da parte di Francesco Galeazzi, scienziato eclettico noto soprattutto come teorico musicale, autore nel 1791 di Elementi teorico-pratici di musica con un Saggio sopra l'arte di suonare il violino (per ironia della cronaca, opera in due volumi). L'accezione comunque acquista un altro volume quando la diffusione della radio rende il volume un problema altrettanto diffuso — dapprima troppo basso, poi, col perfezionamento degli apparecchi, troppo alto. Bisognava poterlo regolare. Così il volume, nel suo etimologico lungo girare, è tornato a incarnarsi nel giro di rotella di quando lo alzi o lo abbassi.
Il volume è il giro. Cioè, il volumen nasce come giro, inteso in special modo nel senso di rotolo. Erano volumina i rotoli di papiro, e quindi in genere i libri; ma siamo davanti a un derivato del verbo vòlvere, che — anche questo — è un verbone, col significato di 'volgere', dalla cui pianta sbocciano la volta e il voltare, il rivolgere, le circonvoluzioni, i convolvoli o vilucchi, l'evolvere, le volute, il volubile e via e via. Che bello.
Una derivazione del genere ci suggerisce subito che comunque i significati di volumen, anche se potevano avere accezioni molto specifiche, dovevano essere ampi: il suo giro poteva in effetti essere orbita, curvatura, rovescio di fortuna, gran rotolamento di parole e di tempo, e anche il giro mentale.
Ora, evidentemente è vecchia quanto la tecnologia del libro l'osservazione di un'inclinazione alla ponderosità. Questi diavolo di rotoli, s'immagina, a forza di giri potevano assumere dimensioni che scappavano di mano, con una tendenza alla rotoballa; anzi, addirittura è già antico il volume nel senso di tomo, parte di opera — suddivisa in più rotoli.
Ebbene, nel latino tardo questa suggestione si traduce in un'astrazione importante: il volumen si fa corpo, massa. E di qui già traguardiamo il nostro volume, che è estensione di un corpo nelle tre dimensioni, o lo spazio delimitato da una superficie chiusa.
Recuperato un significatone del genere, ci si fa quel che si vuole: lo si usa con rigore scientifico, come quando calcoliamo il volume della piramide, o meno, come quando ti promettono che lo shampoo darà più volume ai tuoi capelli; lo si usa con una tonalità globale per i volumi d'affari e di traffico, mentre in campo artistico si considerano i volumi come pienezze plastiche — architettoniche, scultoree, pittoriche (peraltro questo pare un'accezione piuttosto recente, della seconda metà del Novecento).
Questa pienezza di dimensione ha finito per essere applicata anche al suono — troviamo questo impiego a fine Settecento per la prima volta da parte di Francesco Galeazzi, scienziato eclettico noto soprattutto come teorico musicale, autore nel 1791 di Elementi teorico-pratici di musica con un Saggio sopra l'arte di suonare il violino (per ironia della cronaca, opera in due volumi).
L'accezione comunque acquista un altro volume quando la diffusione della radio rende il volume un problema altrettanto diffuso — dapprima troppo basso, poi, col perfezionamento degli apparecchi, troppo alto. Bisognava poterlo regolare. Così il volume, nel suo etimologico lungo girare, è tornato a incarnarsi nel giro di rotella di quando lo alzi o lo abbassi.