> Grammatica dubbiosa

Accento alla greca e accento alla latina: quale scegliere?

Èdipo o Edìpo? Metonìmia o metonimìa? Come scegliere l'accento giusto e darsi un tono nell'incertezza

Capita molto spesso che, specialmente quando guardiamo ai tecnicismi, ci sorga puntuale un dubbio: «Ma qui, l’accento dove devo metterlo?» Sono tante le parole che ci possono trarre in inganno, e la questione è più complessa di quanto sembri. Come fare, quindi, a capire verso quale direzione muoversi? Proviamo a dissipare, almeno un poco, questo dubbio.

Bisogna innanzitutto capire in che modo le parole arrivano da noi, per capire poi come farle uscire dalle nostre bocche. In linguistica, quelle parole che ci sono arrivate per il tramite del latino volgare (tendenzialmente le parole che ci sono arrivate dal latino son passate per l’accusativo singolare, che è uno dei casi del latino) vengono comunemente dette lessemi ereditari. Senza complicare troppo le cose, ricordiamo in due parole come funzionava l’accentazione in latino — con la consapevolezza, sempre ben presente, che non c’è ovviamente possibilità di avere alcuna certezza al riguardo, dal momento che di parlanti non ce ne sono.

La regola in latino

Il latino considerava la quantità delle sillabe, e possiamo dire che le sillabe lunghe erano, semplicemente, quelle che venivano percepite più lunghe rispetto a quelle brevi. Sull'accentazione c'è una regola fondamentale:

Quando la penultima sillaba di una parola era lunga, allora l’accento cadeva sulla penultima stessa, mentre quand'era breve, l’accento risaliva alla terzultima.

È la famosa legge della penultima. Prendiamo qualche parola a mo’ d’esempio (senza considerare l’apertura o chiusura delle vocali): noi diciamo regìna, e infatti in latino avevamo regīna(m) (quel segno sopra la lettera i indica il fatto che quella i è lunga); mìssile, e infatti in latino avevamo missile(m) (la i, che è la penultima sillaba, è in questo caso breve); pittóre, e infatti in latino avevamo pictōre(m). Sembra tutto così semplice e schematico, vero? In parte, lo è. Noi sappiamo che l’Italiano è una lingua neolatina, e di conseguenza l’accento delle parole in italiano dovrebbe seguire quello delle parole del latino volgare da cui esse derivano. Beninteso: è tendenzialmente così. Però, c’è un però — anzi, più di uno. 

Pronuncia alla greca e pronuncia alla latina

Èdipo o Edìpo? Tèseo o Tesèo? Metonìmia o metonimìa? In questi casi, si aggiunge un problema: c’è un’oscillazione tra la pronuncia alla latina e quella alla greca. Tra pronuncia con accento piano (in cui è accentata la penultima) e sdrucciolo (in cui è accentata la terzultima). Con ciò s’intende dire che queste parole, con una determinata accentazione in greco, lingua da cui derivano (la seconda in tutti e tre gli esempi) son poi passate al latino e sono state presumibilmente accentate seguendo invece le norme dell’accentazione latina (la prima nei nostri esempi). La conseguenza è che in Italiano ci troviamo dei doppioni, e tra questi doppioni dobbiamo compiere una scelta. C’è un modo giusto per decidere? Sì, perché l’Italiano, come abbiamo detto, è una lingua neolatina, e di conseguenza dovrebbe rifarsi all'accentazione latina per la propria pronuncia; ma anche no, perché inevitabilmente bisogna prendere atto dell’esistenza delle altre accentazioni e riconoscere che, dal momento che sono diffuse e si rifanno all'accentazione greca, devono essere accettate. 

Bisogna anche dire che quando si sceglie una determinata strada è comunque molto difficile — si legga: impossibile — riuscire a seguirla con costanza. Che non si senta mai, durante un esame di latino, l’esaminando che legge philosophìa anziché philosòphia! In latino, la lettura corretta è quella sdrucciola, ma a nessuno verrebbe mai in mente di tornare a casa e avvisare, tutto contento, i propri genitori del bel voto preso all'interrogazione di filosòfia.


Un aneddoto che mi sembra calzante risale al mio primo anno di università. Durante un corso di greco, ci trovammo in aula ad analizzare un frammento del filosofo Eraclito. Prima precisazione da parte del docente: «Mi raccomando, Eraclìto, alla latina, non Eràclito!» Allora trovai la cosa molto strana: nessuno aveva mai usato, in mia presenza, quell'accentazione così strana, quindi per me era naturale la pronuncia alla greca, che immagino sia la più familiare anche a tanti di voi.

Come detto all’inizio, questi dubbi spesso sorgono quando ci si trova davanti a tecnicismi, parole specifiche di un determinato settore che magari non sentiamo tutti i giorni. Chi di voi dice nècrosi? Chi, invece, necròsi? Vorrei poter dire a uno dei due gruppi che ha ragione, ma non me la sento. In teoria, la pronuncia corretta dovrebbe essere quella alla latina, necròsi (e questa è anche la pronuncia proposta dal vocabolario Treccani), ma nècrosi si sente in giro, eccome se si sente. E poi, se necròsi sì, perché prognòsi no? Abbiamo in entrambi i casi una 'o' lunga, in latino. In casi come questo entra in gioco la consuetudine: semplicemente risultereste terribilmente strani, se diceste prognòsi (ma non altrettanto dicendo nècrosi). La consuetudine ha poi fatto sì che pronunce assolutamente corrette abbiano cominciato a essere percepite come errate, schiacciate dal peso delle pronunce alternative che hanno, poco a poco, preso piede: provate a dire diàtriba al posto di diatrìba (e il greco non c’entra, perché l’accento era sull’ultima: διατριβή, diatribé) e verrete spesso guardati male; se tentate di spingervi oltre, dicendo per esempio facocèro al posto di facòcero, verrete addirittura corretti (a torto). Come prima, qui hanno vinto la consuetudine e l’uso.

La regola della coerenza

Insomma, allinearsi non si può. Come abbiamo visto, possiamo far voto di adeguarci alla pronuncia alla latina, ma ci scontreremo inevitabilmente con tutte quelle parole per le quali la pronuncia alla latina non ha avuto successo in Italiano (non visitiamo Tarànto, alla latina, ma Tàranto, alla greca; non facciamo econòmia, ma economìa; e via dicendo) e dovremo adeguarci al motore della lingua: l’uso. Certo, possiamo optare per l’una o l’altra pronuncia quando ne abbiamo l’occasione (e qui sarebbe preferibile indirizzarci verso quella alla latina), ma non cascherà il mondo se, abituati da tempo, diremo metonimìa al posto di metonìmia, o ossìmoro al posto di ossimòro.

Ciò che importa è la consapevolezza, con una sola regola da rispettare: la coerenza. Non diciamo metonìmia e ossimòro in una frase per poi cambiare strada in quella dopo e dire metonimìa e ossìmoro. Insomma: diamoci un tono — e atteniamoci a quello!

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