> Grammatica dubbiosa

Gioie e dolori dell’italiano regionale

L’italiano regionale è il nostro italiano? Fatti fonetici, morfologia, sintassi e varietà diatopiche a confronto.

Sull’uso smodato di “chiamare a” e “telefonare” e sull’analisi di un fenomeno linguistico tipico del centro-Sud ma che unisce tutti noi, coinvolgendo il Citrullus lanatus, Dante e l’arciduca Francesco Ferdinando: chiamami pure col tuo nome, ma usa la preposizione adatta.


Italiano standard e italiani regionali

La situazione linguistica dell’italiano contemporaneo è talmente polimorfa e sfaccettata che nessun parlante spontaneamente ne adotta il modello standard offerto dai polverosi e nozionistici libri di grammatica scolastica che declinavano, ad annoiati studenti e a maestrine dalla penna rossa, le peculiarità di una lingua solo astrattamente corrispondente a quella usata nel nostro quotidiano.

Pensiamo a quanto stia inesorabilmente tramontando l’uso del trapassato remoto e quanto la seguente frase, corretta da un punto di vista normativo, risuoni astrusa e addirittura pleonastica: “Ah, caro il mio trapassato remoto: quando avemmo conosciuto l’uso smodato del passato prossimo, ti dimenticammo!”.

Abbandonate le grammatiche nello zaino, o dimenticate sugli scaffali delle librerie, si continua a ricorrere, a volte inconsciamente, altre volte meno, a un ampio ventaglio di tratti regionali del parlare che confluiscono a formare l’italiano della zona di appartenenza, detto perciò regionale- divisione linguistica, però, che ha poco o nulla a che vedere con la corrispondente amministrativa: a diverse aree linguistico-geografiche presenti in Italia, coincidono diversi italiani regionali ciascuno con caratteristiche ben specifiche e demarcate; è infatti esperienza comune, dopo aver ascoltato, spesso anche solo per un breve lasso di tempo, un qualsiasi parlante italofono riuscire a identificarne, con discreta approssimazione, l’appartenenza geografica cogliendo quei ben precisi tratti fonetici della sua parlata.

Chi avrebbe, dopotutto, difficoltà a riconoscere a primo acchito un toscano nel centro di Bologna o un campano a Lodi?

La celeberrima gorgia toscana (“Che butta hosa la noia!”) o il raddoppiamento della “b” in posizione intervocalica, tipico dei dialetti centro-meridionali, (“La chiesa di Sant’Antonio Abbate a Reggio Calabbria è incantevole!”) sono, in un certo senso, un biglietto da visita ben più immediato di qualunque autobiografia sciorinata davanti a un latte macchiato in un primo appuntamento!

Cos’è, quindi, l’italiano regionale? Si tratta, per farla breve, di una varietà intermedia tra quell’astratta lingua insegnata a scuola, l’italiano normativo o standard, e il dialetto regionale; per essere più precisi da un punto di vista linguistico, diremo che si tratta di italiano standard corrotto dalle caratteristiche linguistiche dialettali di quell’area geografica proprio come la già citata gorgia che identifica al primo colpo i parlanti toscani: un orecchio attento e ben allenato, poi, saprà distinguere, anche se non si è toscani, un lucchese da un pratese, un fiorentino da un livornese, un aretino da un senese e capire, quindi, se sia il caso di aprire l’uscio a quel pisano che bussa.

Citrullus lanatus e la geosinonimia 

Parimenti ai tratti fonetici, anche l’uso di parole provenienti dal sostrato regionale sono dei fanalini sull’origine geografica del parlante e, come i primi, non possono essere categoricamente censurabili, criticabili o tacciabili come errori.

Un caso interessante e affascinante sono i geosinonimi, termini diversi che, in diverse aree geografiche, designano tutti il medesimo oggetto. Quanti di noi, e quante volte, si sono imbattuti in accesi dibattiti che avevano, al centro della disputa, quale fosse il modo corretto per indicare il fresco e dissetante Citrullus lanatus? Anguria, come i parlanti del nord? Oppure cocomero, nome con cui è conosciuto nella fascia che va da Roma all’Adriatico? O invece melone d’acqua o di fuoco, come i parlanti meridionali -tra alchimia e folclore- sono soliti fare?

A meno che non si stia disquisendo con un serioso botanico, in una apposita conferenza a tema, nessun lettore, ascoltatore o maestrina dalla penna rossa tacceranno come sgrammaticato e illetterato un uomo che chiede di acquistare un “melone di fuoco” al miglior fruttivendolo di Pavia, che ha dimenticato di non essere più a Salerno: superato il momento di smarrimento e, forse, una risata, il nostro buon uomo riuscirà comunque a farsi capire e soddisfare la voglia matta di anguria ricordandosi, la prossima volta, di chiamarla come tale se si trova ancora nel pavese.

“Lorenzo, hai chiamato a Marco?”

Se i geosinonimi sono, in fin dei conti, simpatici, e spesso oggetto di coloriti siparietti tra connazionali -e corregionali-, un discorso più serio è da farsi sull’uso di alcuni costrutti verbali, dove le varianti locali non vanno proprio d’accordo con la norma.

In molte regioni centro-meridionali, si registra, tra i molteplici fenomeni linguistici che ornano l’idioma locale, l’uso marcato di verbi transitivi con costruzione intransitiva, e viceversa, come appunto in: “Lorenzo, hai chiamato a Marco?”

Il nostro Lorenzo, dall’alto della sua gorgia e naso adunco, probabilmente sentirà del dolore fisico per l’ascolto di tale obbrobrio linguistico, mentre il santino di Dante inizierà a sanguinargli nelle tasche; probabilmente nemmeno lui sa che, in verità, il suo interlocutore non ha utilizzato il verbo “chiamare” in forma intransitiva bensì un costrutto differente: il complemento oggetto retto dalla preposizione semplice a nato dal bisogno di una più netta distinzione “logica” tra il soggetto e il complemento oggetto.

Sembra superfluo specificarlo, eppure non banale, che in “Lorenzo ha chiamato Marco”, forma corretta e approvata, è solo l’ordine delle parole all’interno della frase ci dà informazione su chi sia il chiamante e chi il chiamato -l’italiano auditivo presenta l’ordine Soggetto-Verbo-Oggetto nella sua componente fraseologica: Lorenzo è “per giocoforza” il soggetto mentre Marco il complemento oggetto.

Si potrebbero, però, citare mille e una poesie nelle quali l’ordine SVO è stravolto dall’autore provocando il panico in mille e uno discenti e, spesso, altrettanti insegnanti, durante un banale esercizio di parafrasi: dopotutto, preservando la medesima costruzione della frase, Marco potrebbe avere una funzione di soggetto; modificando il tono di voce del parlante, aggiungendo le opportune pause, e qualche forzato sottinteso, la frase “Lorenzo ha chiamato Marco”, con i presupposti appena citati, potrebbe significare: “Lorenzo, e solo Lorenzo, è stato chiamato da Marco”.

Se la costruzione avesse presentato l’oggetto preposizionale (“Lorenzo ha chiamato a Marco”) il problema di interpretazione non sarebbe sussistito né ora né mai, con la conseguenza che le parafrasi scolastiche avrebbero un sapore più dolce e allettante ma poco competitivo.

Ecco spiegata, brevemente, la fortuna del complemento oggetto preposizionale e, soprattutto, il perché venga usato esclusivamente quando il complemento oggetto è una persona: la frase “Lorenzo ha chiamato il cane”, fuori da intenti metaforici o fantasy, non rischierebbe mai l’ambiguità.

Se si pensa che questo fenomeno sia circoscrivibile solo ai parlanti del Mezzogiorno, ci si sbaglia di grosso: pensiamo a quanto siano divenute di pubblico dominio, da sud a nord, di espressioni come: “Senti a me, stai facendo una sciocchezza!” oppure “Beato a te che hai passato l’esame al primo colpo”.

L’accusativo preposizionale non è, infatti, un’invenzione dei partenopei: il fenomeno è attestato in molte lingue romanze -come lo spagnolo, il portoghese e il rumeno- a livello standard, ossia accettato dalla grammatica: anche nella lingua di Madrid l’accusativo preposizionale è usato, in sostituzione al complemento oggetto diretto, con persone: se volessi dire: "Ho incontrato Camila", e Camila è una persona ben conosciuta a chi dialoga, dovrei dire: “Yo he encontrado a Camila” e non “Yo he encontrado Camila”.

“Telefona subito Marco, Lorenzo!”

Un fenomeno diametralmente opposto di quanto appena osservato sul complemento oggetto retto della preposizionale a si osserva, sempre nell’italiano regionale del centro-sud, nell’uso con valore transitivo di verbi che, nell’italiano standard, sono intransitivi ma che reggerebbero persino la preposizione a.

La situazione è ribaltata: sembra un perverso gioco che ha come fine ultimo il caos ma lo dimostra il caso del verbo “telefonare”; l’italiano standard prevedere, come si sa, la forma intransitiva “Telefona subito a Marco, Lorenzo!” ma, in area centro-meridionale, è comune il “Telefona subito Marco, Lorenzo!” con valore transitivo, parimente al verbo sparare (“Sparare alla fanteria nemica” e non “Sparare la fanteria nemica”).

Errore o non errore?

Il sugo della storia, allora, qual è? Il complemento oggetto prepositivo è da considerarsi un errore in italiano ed è sbagliato usare il verbo “telefonare” con valore transitivo? La risposta è presto detta: sì, entrambi sono errori in quanto, molto semplicemente, si discostano dalla norma e come tali rientrerebbero tra gli “orrori” della lingua; il complemento oggetto è l’unico tra i complementi a essere diretto -menzione a parte spetta a quello predicativo del soggetto, croce nera di molti studenti- e, in virtù di ciò, non richiedente alcuna preposizione mentre il verbo “telefonare” non ammette valore transitivo, se non per indicare il contenuto della comunicazione (“Telefonami l’esito delle analisi”).

L’insegnante e il colto conversatore devono sempre correggere, quindi, l’errore e le devianze. Se ognuno di noi cominciasse a “cambiare le regole” della nostra lingua, in modo arbitrario e personalistico, verrebbe presto meno la funzione primaria della lingua: la comunicazione mutuamente comprensibile, ossia che tutti devono capirsi.

Capita però, e non raramente, che se l’errore  si dimostra, col tempo, più funzionale alla veicolazione del messaggio può divenire “adottato” sempre da più parlanti e scriventi e, pian piano, riservarsi così un posto di buon diritto nell’Olimpo della norma.

Ecco come l’ errore può fare “carriera”: nessuno grida più allo scandalo, dopotutto, se si legge da qualche parte ciliege, in mancanza della normativa i ma, fino a quando il complemento oggetto prepositivo resterà prerogativa del sud Italia, seppure con crescenti utilizzi nel nord, la scalata per vederlo normalizzato è ancora oscura e piena di terrori. E, domando, vogliamo davvero intraprendere questa scalata?

Però, se persino Dante in Purgatorio XVIII, vv. 46-47, scrive: «da indi in là t’aspetta / pur a Beatrice, ch’è opra di fede.» ci possiamo rendere conto non solo di quanto sia antico e radicato nella nostra lingua tale costrutto ma punteremo meno il dito contro i meridionali e “meridionalismi” e, forse, il suo santino sanguinerà un po’ meno nelle nostre tasche.

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