Note sul ciclo ‘Radici indoeuropee’
In questo articolo sono raccolte alcune annotazioni che aiutano la lettura e la comprensione delle trattazioni del ciclo di parole Radici indoeuropee. Le spiegazioni di carattere trasversale che vengono date di volta in volta su certe questioni generali non vengono ripetute nelle singole parole, ma inserite qui per una sinossi più agile.
Apofonia
In protoindoeuropeo, le radici (struttura minima: consonante + vocale + consonante, in breve: CVC) e i suffissi (struttura minima CV, VC o CVC) potevano alternare tre gradi apofonici, ovvero la loro vocale (V) poteva manifestarsi in tre modi: come timbro *e, che per convenzione chiamiamo grado normale, come timbro *o, per convenzione detto grado forte, oppure poteva non manifestarsi affatto, ciò che chiamiamo grado zero (o grado ridotto). Il grado normale e il grado forte si potevano presentare anche allungati (*ē, *ō).
L’apofonia non era un fenomeno fonetico, cioè un mutamento meccanico determinato da fattori articolatori come i fonemi circostanti, la posizione dell’accento nella parola o la sua struttura sillabica, bensì era un fenomeno grammaticale, cioè una regola attiva nella mente del parlante, che la applicava per coniugare verbi, declinare nomi (si veda sotto “Trattino finale”) e derivare una parola da un’altra.
L’apofonia è rimasta attiva in poche lingue indoeuropee d’età storica, e anche qui in misura limitata, ma in molte ha lasciato tracce lessicali: per esempio, in latino, il verbo tegō ‘coprire, velare’ (con grado normale) e il sostantivo corradicale toga ‘veste, toga’ (con grado forte) hanno conservato due gradi apofonici diversi della radice *(s)teg- ‘coprire’: in protoindoeuropeo il grado normale compariva, tra il resto, in alcune classi di temi verbali di tempo presente, mentre con quello forte si formavano, tra il resto, nomi d’azione (l’antenato di toga, che possiamo retroproiettare in protoindoeuropeo come *(s)togeh2-, significava quindi ‘copertura’).
Non sempre l’apofonia indoeuropea si mantiene in modo così trasparente, ma viene oscurata dagli sviluppi fonetici specifici di ciascun ramo e ciascuna lingua: spesso, il timbro dei gradi apofonici si manifesta in nuove forme, come in gotico bindan (infinito, come inglese bind) ‘legare’ vs. bundans ‘legato’ (participio, come inglese bound) da *bhendh-onom (radice al grado normale) vs. *bhn̥dh-onós (radice al grado zero); altre volte, l’originaria opposizione di timbro diventa un’opposizione di quantità, per esempio greco τίθημι (títhēmi) ‘io pongo’ vs. τίθεμεν (títhemen) ‘noi poniamo’ continuano *dhi-dheh1-mi (radice al grado normale) vs. *dhi-dhh1-men (radice al grado zero), sanscrito dā́tāram ‘datore’ (caso accusativo) vs. dā́tari ‘presso il datore’ (caso locativo) presuppongono *déh3-tor-em (suffisso al grado forte) vs. *déh3-ter-i (suffisso al grado normale).
Asterisco
Quando scriviamo una forma in corsivo preceduta da un asterisco (per esempio protoindoeuropeo *ménti- ‘pensiero’), stiamo indicando che si tratta di una parola o una radice ricostruita, cioè dell’ipotetica forma preistorica che ricaviamo dalla comparazione tra parole imparentate nelle lingue storiche (per esempio sanscrito matí- ‘pensiero’, latino mēns, mentis ‘mente’, inglese mind ‘mente’ etc.): chiamiamo queste forme “recostrutti”.
Nella maggior parte dei casi, i recostrutti che citiamo si riferiscono al protoindoeuropeo, ma l’asterisco si usa anche per citare i recostrutti delle protolingue intermedie tra il protoindoeuropeo e le lingue storiche, come il protoindoiranico, il protogreco, il protoitalico etc. (per esempio l’ingelse mind discende dal protoindoeuropeo *mn̥ti- attraverso il protogemanico *mundi-, come inferiamo dalla comparazione tra lingue germaniche: antico inglese mynd, antico islandese mynd, gotico ga-munds ‘ricordo’ etc.).
Corrispondenza fonetica regolare
Una corrispondenza fonetica regolare è una serie di fonemi in diverse lingue che, in un dato contesto fonetico (la posizione di un fonema rispetto ai fonemi circostanti, alla posizione dell’accento nella parola e alla scansione delle sillabe), riconduciamo a uno stesso fonema del protoindoeuropeo: per esempio, quando all’inizio di parola prima di vocale troviamo
- p- nelle lingue anatoliche (per esempio l’ittito e il luvio), in tocario, nelle lingue indoarie (per esempio il vedico e il sanscrito) e iraniche (per esempio l’avestico e l’antico persiano), in greco, nelle lingue italiche (per esempio il latino, l’osco e l’umbro), nelle lingue baltiche (per esempio il lituano e il lettone) e slave (per esempio il serbo, il russo e il polacco) e in albanese,
- f- nelle lingue germaniche (per esempio il gotico, l’antico nordico, l’antico alto tedesco e l’antico inglese),
- h- in armeno
- e niente nelle lingue celtiche (per esempio l’antico irlandese, il medio gallese e il gallico),
ricostruiamo protoindoeuropeo *p-.
Queste corrispondenze sono state stabilite a partire da un buon numero di etimologie molto solide (per *p- per esempio le parole per ‘padre’, ‘piede’, ‘fuoco’, ‘pieno’, ‘cinque’ etc.) e la forma del protofonema si stabilisce ricostruendo all’inverso il percorso di mutamento più verisimile dal punto di vista della fonetica articolatoria. Il risultato è una legge fonetica, cioè una generalizzazione che predice che un dato fonema di una data lingua in un dato contesto fonetico deriva, attraverso vari stadi intermedi, da un certo fonema o gruppo di fonemi della protolingua.
Laringali (e come le abbiamo scoperte)
Nelle recostrutti indoeuropei, i segni *h1, *h2 e *h3 servono a notare tre protofonemi che chiamiamo convenzionalmente “laringali”. Grazie al metodo comparativo (che si fonda sulle opposizioni di tratti linguistici all’interno di un sistema), sappiamo che le laringali erano (almeno) tre, e le distinguiamo col numero in pedice. Non sappiamo invece molto sul loro valore fonetico assoluto, cioè su quale fosse la loro pronuncia. Secondo una tra le ipotesi maggiormente condivise tra gli indoeuropeisti (tra i quali comunque la discussione è ancora accesa), *h1 era una consonante fricativa glottidale (/h/ nell’International Phonetic Alphabet), come la h di inglese horn o la c di casa pronunciata con la famosa gorgia toscana, *h2 era una fricativa uvulare sorda (/χ/ nell’IPA), come spesso la r nel portoghese brasiliano (p.es. rua /ˈχu.ɐ/ ‘strada, via’), e *h3 era una fricativa uvulare sonora (/ʁ/ nell’IPA), come la r del francese (p.es. rue /ʁy/ ‘strada, via’) o quella che chiamiamo “erre moscia”, e forse era dotata di un’appendice labiale, cioè veniva pronunciata con un arrotondando istantaneo delle labbra in coda (/ʁw/).
Ma perché sappiamo così poco sulle laringali, se le ricostruiamo per il protoindoeuropeo? Il motivo è che le laringali sono ricostruite non tanto direttamente a partire da fonemi che le continuano nelle lingue storiche — che sono pochissimi per *h2 e *h3 e zero per *h1 —, bensì per via indiretta, in base agli effetti che hanno avuto sui fonemi adiacenti, soprattutto sulle vocali: infatti, dopo la loro scomparsa, le laringali hanno causato l’allungamento di compenso della vocale che le precedeva; inoltre, già nella protolingua, *h2 “colorava” in *a ogni *e adiacente, mentre *h3 la colorava in *o.
Come le abbiamo scoperte
L’abbrivio per la formulazione della teoria laringalistica venne proprio da certe asimmetrie vocaliche nella flessione di alcune classi di verbi: per esempio, in greco, l’alternarsi di vocali lunghe e brevi nella radice, laddove altri verbi alternavano dittonghi e vocali singole; oppure, in sanscrito, il comparire dello stesso affisso in certi verbi con vocale breve seguíta dall’ultima consonante della radice, in altri con vocale lunga seguíta direttamente dalle desinenze. Il padre della linguistica del XX secolo, il ginevrino Ferdinand de Saussure (1857-1913), era poco più che ventenne quando, nel suo Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes pubblicato a Lipsia nel 1879, dimostrò che tali asimmetrie si ricomponevano immediatamente in uno schema simmetrico introducendo nel sistema fonetico del protoindoeuropeo due nuovi fonemi, che egli chiamò “coefficienti sonantici” e che, nella protolingua, dovevano comportarsi come secondi elementi di dittongo, comparendo a destra di quelle vocali che in greco e in sanscrito appariranno asimmetriche. Alla fine dell’Ottocento, il danese Hermann Møller e il francese Albert Cuny raffinarono la teoria di Saussure: in particolare fu Møller a ipotizzare (in nome della macrocomparazione con le lingue semitiche) che questi fonemi fossero consonanti laringali, fossero tre e potessero trovarsi anche a sinistra delle vocali. La teoria laringalistica era troppo audace per incontrare immediatamente il favore generale e fu a lungo giudicata solo un’ingegnosa speculazione algebrica — come spesso accade alle scoperte della glottologia indoeuropea. Una conferma clamorosa venne però nel 1927, quando il polacco Jerzy Kuryłowicz dimostrò che l’ittito (lingua indoeuropea dell’Anatolia del II millennio a.C.), decifrato solo nel 1915, conservava come veri e propri segmenti consonantici ben due delle laringali teorizzate, *h2 e *h3: sono sopravvissute nel fonema che, nella traslitterazione delle tavolette cuneiformi ittite, scriviamo come ḫ.
Sanscrito, vedico, antico indiano
In italiano, al di fuori di contesti tecnici, si suole chiamare sanscrito la lingua della letteratura indiana antica dai suoi albori nella seconda metà del II millennio a.C. al volgere dell’Era volgare, cioè sanscrito è usato col significato di ‘antico indiano’.
Propriamente, il sanscrito è la varietà di antico indiano che potremmo considerare la lingua classica dell’India, il cui cuore era la piana del Gange e i cui monumenti letterari vanno dal grandioso poema epico Mahābhārata (le cui parti più antiche risalgono almeno al IV sec. a.C.) al kāvya, la letteratura cosiddetta di corte, la cui tradizione si estende dagli ultimi secoli del I millennio a.C. ai primi del II d.C. e ha il proprio esponente più celebre in Kālidāsa (IV-V sec. d.C.).
Prima del sanscrito, però, e più a nord-ovest, nell’alto bacino dell’Indo, si colloca il vedico (ca. XVI-VI sec. a.C.), detto anche, soprattutto in ambiente anglosassone, “sanscrito vedico”. È la lingua più antica della storia indiana, la lingua dei quattro Veda (R̥gveda, Yajurveda, Sāmaveda, Atharvaveda), i testi sacri dell’antico brāhmaṇesimo così come dello hinduismo contemporaneo, e della letteratura sacerdotale e speculativa che sui Veda si fonda (Brāhmaṇa, Āraṇyaka, Upaniṣad e Sūtra). Gli indoeuropeisti si concentrano di norma sul vedico piuttosto che sul sanscrito per la comparazione con le altre lingue indoeuropee.
Il sanscrito propriamente detto è quindi solo la varietà più recente e più orientale dell’antico indiano, che comprende anche il vedico, anche se nelle nostre trattazioni continueremo a usare sanscrito nel senso ampio che ha ormai assunto nel linguaggio comune, cioè come sinonimo di antico indiano.
Trattino finale (con insospettabili implicazioni teoriche)
Quando scriviamo una forma in corsivo con un trattino finale, stiamo citando la radice di una parola (per esempio protoindoeuropeo *med- ‘riempirsi, saziarsi, inebriarsi’) oppure il suo tema, cioè la parte della parola formata da radice ed eventuale/i suffisso/i, alla quale poi si attaccano le desinenze per flettere la parola (per esempio protoindoeuropeo *med-tó- ‘pieno, sazio, ebbro’, tema dell’aggettivo che si flette *med-tó-s al nominativo, *med-tó-m all’accusativo, *med-tó-si̯o al genitivo etc.). Il trattino finale funziona quindi esattamente come il trattino iniziale che usiamo per parlare di suffissi e desinenze come italiano -issimo o -i: segnala che stiamo citando solo una parte della parola.
Così si citano per convenzione le radici, i sostantivi e gli aggettivi (più raramente i verbi) del protoindoeuropeo e anche di alcune lingue indoeuropee antiche, come l’ittito e il sanscrito (per esempio il nome dell’antico dio indiano Indra sarebbe índraḥ al nominativo, índram all’accusativo, índrasya al genitivo etc., ma i glottologi citano il tema índra-).
Le insospettabili implicazioni teoriche: apofonia, morfemi e allomorfi
A scuola viene talvolta insegnato che il tema è la parte della parola che non cambia nel corso della flessione (e che la parte che cambia è la desinenza). Questa è una definizione di tema tutto sommato valida, se ci si intende su cosa significare cambiare. Presa alla lettera, la definizione può valere, al massimo, per l’italiano, dove in effetti dal singolare mente e dal plurale menti posso estrarre il tema ment- (e le desinenze -e e -i), ma vale già meno per il latino, dove la stessa parola ha sì il tema ment- (genitivo mentis, dativo mentī, accusativo mentem etc.), ma compare come mēns al nominativo (da un più antico *ments), e non vale per niente, per esempio, per il greco, il sancrito o il protoindoeuropeo, dove le parole si flettono non solo cambiando la desinenza, ma anche alternando il grado apofonico della radice o del suffusso (si veda sopra “Apofonia”). Così, per esempio, ‘mente’ si declina in sanscrito ma-tí-ḥ al nominativo e ma-tí-m all’accusativo, ma per esempio ma-táy-aḥ al nominativo plurale: a seconda del caso e del numero, dunque, il suffisso può comparire al grado zero -tí- o al grado normale -táy-. Alla voce “Apofonia” (si veda sopra) abbiamo visto anche un esempio di alternanza del grado apofonico della radice: greco τίθημι (títhēmi, grado normale) ‘io pongo’ vs. τίθεμεν (títhemen, grado zero) ‘noi poniamo’, da protoindoeuropeo *dhi-dheh1-mi (grado normale) vs. *dhi-dhh1-men (grado zero).
Se dunque torniamo alla definizione di tema come parte della parola che non cambia, possiamo ora raffinarla: il tema è la parte della parola in cui le unità costitutive della parola, che si chiamano morfemi (radici, suffissi, prefissi, desinenze), rimangono sostanzialmente le stesse nel corso della declinazione — al contrario delle desinenze, che si avvicendano a seconda del caso, del genere e del numero. In questo senso possiamo dire che il tema non cambia. I morfemi però, esattamente come le persone, rimangono gli stessi pur manifestandosi in forme diverse, che chiamiamo allomorfi. Dunque il tema di una parola è costituito sempre dagli stessi morfemi, ma questi possono essere realizzati da allomorfi diversi.
Ma allora qual è il criterio che ci fa dire, in un caso, “questi sono due allomorfi diversi di uno stesso morfema” (per esempio il grado normale e il grado forte di una radice) e nell’altro “questi sono proprio due morfemi diversi” (per esempio due desinenze)? Insomma, come facciamo a dire che protoindoeuropeo *men- e *mn̥- sono due allomorfi dello stesso morfema (la radice *men- ‘pensare’), ma protoindoeuropeo *-mi e *-men sono due morfemi diversi (la desinenza di prima persona singolare e quella di prima persona plurale)? Ebbene, *men- e *mn̥- sono unificati dalla stessa funzione, quella di significare ‘pensare’ — sono quindi allomorfi del morfema lessicale (per gli amici, “radice”) *men- ‘pensare’. Invece, *-mi e *-men hanno due funzioni diverse: *-mi ci informa che il soggetto del verbo è un ‘io’, *-men che è un ‘noi’ — sono quindi due diversi morfemi flessivi (per gli amici, “desinenze”), quello di prima persona singolare e quello di prima persona plurale.

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