Addio

ad-dì-o

Saluto definitivo

contratto da locuzioni come "ti raccomando a Dio" o simili.

Nella lingua si sente il bisogno sincero di un saluto ultimo, la cui pronuncia sancisca una separazione definitiva, il punto in cui qualcosa finisce, la storia comune si divide: è la vita stessa a prevedere l'esistenza di questi momenti - e istintivamente sappiamo che la trasformazione della realtà, la magia, avviene compiutamente solo se si scelgono le parole esatte. In Italiano la parola esatta sarebbe l'addio - forse non un gran che di parola, in effetti. Un po' poco asciutta, nel suo riferimento all'Altissimo, introducendo un terzo soggetto nell'intimità del saluto detto a tu per tu - anche se magari lo colora di solennità, di sacro, mutandolo in un atto che ha Dio stesso a testimone.

Forse, oso, si potrebbe staccare il sentimento, il fenomeno dell'addio da questa parola, se la sentiamo un po' scomoda - trovare altri modi di dire originali, speciali, che colpiscano più al cuore: dopotutto la forma di poesia che lo permette alberga in tutti. Forse un "viaggia bene" mutuato dal "farewell", o un "fino a qui", o in effetti un qualunque detto, detto nel modo giusto, andrebbe benissimo: l'addio non è, forse, una sola precisa parola, ma una specie intera di parole e frasi che lo significano - un genere di comunicazione estrema, ultima, perfino oltre le parole, che si aggrappa al tono della voce, ai sorrisi, alle lacrime, pulita, nell'imminente definitiva lontananza, da ogni rancore, celebrativa di ogni bene passato, generosa di auguri, vibrante già di nostalgia e forse consapevole che anche nell'addio, anche nell'ognuno per la propria strada, la vita resta una - perfettamente misurata nei giri delle ruote del mondo.

Parola pubblicata il 17 Luglio 2012

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