Banale

ba-nà-le

Non originale, scontato

dal francese: ban proclama del signore feudale (affine a 'bando'), da cui banal appartenente al feudatario prima, e comune a tutto il villaggio poi.

Nell'antichità feudale qualcosa di banale, come un luogo, un edificio, un apparecchio, era qualcosa il cui uso era concesso all'intera comunità. Così la banalità di un acquedotto, di un mulino, aveva un'accezione ben diversa da quella odierna; ciononostante si intende bene come il significato si sia poi esteso al non originale, al triviale, all'ovvio: il banale è il comune.

È vero, la difesa e la valorizzazione delle cifre originali, del pensiero proprio personale, delle idee estrose e innovative contro la conformazione omologata è fondamentale, per una società che cresca; ma non si deve essere troppo rapidi a bollare qualcosa come banale: anche i sentimenti più puri che proviamo sono spesso banali, e non per questo di minor valore; anche un tramonto, un fiore, un vento che spira nei boschi d'ottobre è banale, e non per questo meno bello; e ovviamente tutti gli archetipi primi dell'umanità sono banali.

Nel senso attuale più in voga sarà banale un film d'amore melenso (ma più che banale, sarà superficiale); sarà banale il lavoretto di casa per cui basta un po' di vinavil e la carta vetrata (ma più che banale sarà semplice); in un senso meno banale, sarà banale la festa di compleanno, banali le lodi alla Divina Commedia, e si banalizzerà la grande opera pittorica rendendole un senso umano e comune.

Parola pubblicata il 22 Settembre 2012

Commenti