Cruccio

crùc-cio

Preoccupazione, tormento

da corrucciare, a sua volta dal francese antico: corucier, forse dal latino: cor ruptum cuore rotto.

Il cruccio è un tormento persistente, una preoccupazione che non può non apparire sul viso di chi ne soffre - in un'espressione contratta, addolorata, e anche seria e risentita. Più di altri suoi sinonimi si presta all'ironia: non avendo la pretesa d'un profilo aulico, è facile intendere il cruccio come una cura sciocca, dappoco, o magari infondata. Pensiamo che differenza ci può essere nel momento in cui diciamo "i crucci di una madre" invece de "i tormenti di una madre": quanto è più sorridente; pensiamo a dire "ultimamente ho qualche cruccio" invece di dire "ultimamente ho qualche preoccupazione": quanto è più leggero.

Pensiamo anche alla Divina Commedia: Virgilio, zittendo il minaccioso Minosse nel V dell'Inferno gli dice con forza "Perché pur gride? Non impedir lo suo fatale andare", mentre zittendo nel III un Caronte canuto (e forse un po' rimbecillito) gli dice "Caron, non ti crucciare". Ovvero: ragazzo, non ti sforzare il comprendonio e pensa a remare, che chi si fa gli affari suoi campa cent'anni.

Parola pubblicata il 28 Novembre 2012

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