Zanzero

zàn-ze-ro

Compagno di baldoria; giovane vizioso e scapestrato

etimo incerto.

Se questa parola ci pare di sapore antico, ci pare bene: in effetti è praticamente perduta. Ma è vissuta rigogliosa dall'alba dell'italiano fino alle porte del secolo scorso, e come accade con le piante, spesso parole date per morte rifioriscono. Quindi prendiamoci le misure.

Lo zanzero è il compagno di baldoria, di bisboccia. Più comunemente parleremmo di un amico, di un compagnone, di un compare (anche al femminile) - ma senza poter contare su questa pulizia di tratto. Lo zanzero è imperniato sullo stravizio, e descrive un tipo di sodale con cui la confidenza si ferma alla bevuta. Figurarsi che lo zanzero poteva perfino avere l'accezione di 'prostituto': se il suo carattere scapestrato è chiaro, è ben marcato anche il carattere episodico della sua compagnia. In questo senso si tratta di una parola piuttosto utile, nella sua precisione, per indicare quel tipo di rapporto che sta nel limbo della festa, del vizio, o più tranquillamente della bevuta. Mi trovo coi soliti zanzeri ultranovantenni a bere un prosecco al circolo, al compleanno passiamo delle ore piacevoli con degli zanzeri turbolenti, e per tornare a casa è bene non affidarsi a uno zanzero. Non è una parola facile da usare: visto che è poco conosciuta va usata rendendone chiaro il significato, ma se lo sappiamo fare si tratta di una risorsa capace di dare belle soddisfazioni.

E l'etimo? Incerto. Fra i contemporanei nessuno si sbilancia. Che c'entri il cianciare, il chiacchierare leggero? Che c'entri il girare e posare e girare della zanzara? Mistero.

Parola pubblicata il 22 Agosto 2018

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