Dente
dèn-te
Significato Ciascuno degli elementi che formano la struttura dura della bocca, usati per mordere e masticare
Etimologia dal latino dēns, dentis ‘dente’.
Parola pubblicata il 18 Aprile 2026
Radici indoeuropee - con Erica Fratellini e Matteo Macciò
<p>Con Erica Fratellini e Matteo Macciò, glottologi e indoeuropeisti, un sabato su due andremo alla scoperta delle radici indoeuropee delle nostre parole — là dove sono nati i miti, le prime tecnologie, i nomi degli animali e delle parti del nostro corpo. Un 'là' che è 'qua', così come la chioma e il ceppo sono nello stesso posto.</p>

In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.
La nostra parola italiana dente deriva in maniera lineare dall’accusativo latino dente(m). Il latino dēns, dentis è il riflesso nostrano del nome protoindoeuropeo del dente, uno di quei pezzi di lessico di base che si sono mantenuti dalla preistoria ad oggi con eccezionale continuità di forma e significato: tra le molte parole corrispondenti fonema per fonema (o quasi) a latino dēns abbiamo greco antico ὀδών (odón) o ὀδούς (odús), genitivo ὀδόντος (odóntos), sanscrito dánt-, avestico recente -daṇtan- (usato solo nelle parole composte), armeno atamn, antico irlandese dét, gotico tunþus, antico alto tedesco zan(d) (oggi Zahn), antico inglese tōþ (oggi tooth), lituano dantìs. Insomma, siamo di fronte a una di quelle parole che — è proprio il caso di dire — portiamo in bocca per mezza Eurasia dal V millennio a.C., quando doveva avere, a seconda dell’apofonia, la forma *Hdónt- o *Hdn̥t- (sull’acca maiuscola, che usiamo quando sappiamo che dobbiamo ricostruire una laringale, ma non sappiamo quale — *h1, *h2 o *h3? — ritorneremo tra poco).
In tutte queste lingue ‘dente’ è formato da una radice seguita da un suffisso *-nt-, spesso conservato come tale, in qualche caso un po’ camuffato da sviluppi fonetici: nelle forme germaniche, per esempio, vediamo all’opera la legge di Grimm, e in zan(d) anche la legge di Verner (le citavamo parlando di 'padre'). Dal protoindoeuropeo fino ad oggi, questo suffisso si usa soprattutto per formare i participi di alcuni tempi verbali (oggi il presente: italiano studente, francese étudiant, spagnolo estudiante, tedesco Studierende). Fermiamoci un attimo ad ammirare la straordinaria longevità di questo suffisso: noi ci formiamo il participio da oltre 6000 anni!
Come non troppo di rado capita, le parole del lessico di base si ricostruiscono bene nella loro interezza, ma ci lasciano a interrogarci sull’esatta identità della loro radice, del pezzetto di parola che si trova prima di suffissi e desinenze e ne costituisce il cuore semantico.
Per lungo tempo si è collegato *Hdónt-/Hdn̥t- al grado zero della radice *h1ed- ‘mangiare’ (quindi *h1d-ónt-/h1d-n̥t-), da cui deriva, ad esempio, il verbo latino edō ‘mangiare’ (da cui l’italiano edibile): il nome del dente sarebbe quindi derivato dal participio del verbo ‘mangiare’ e il suo significato originario sarebbe stato letteralmente ‘quello che mangia’ (come lo studente è ‘quello che studia’, il cantante è ‘quello che canta’ o il delinquente è ‘quello che delinque’).
Ora, quando, come in questo caso, le laringali si trovano in inizio di parola e davanti a una consonante (per gli amici, laringali protetiche), cadono senza lasciare traccia di sé in tutte le lingue indoeuropee tranne che in greco e in armeno: pertanto, della radice originaria resta quasi ovunque solo d- o il suo equivalente germanico (t-/z-). In greco e in armeno, invece, le laringali protetiche diventano vocali, in maniera diversa a seconda della qualità della laringale: *h1 diventa e e *h2 diventa a in entrambe le lingue, mentre *h3 diventa o in greco e a in armeno.
Ed ecco perché la radice *h1ed- è un problema: dal grado zero *h1d- dovremmo avere sia in greco sia in armeno e- iniziale, quindi non ὀδών ma ἐδών (edón), non atamn ma etamn. Un vecchio amico, il filosofo neoplatonico Proclo (V secolo d.C.), ci dice in effetti che nel dialetto eolico ‘denti’ si diceva ἔδοντες (édontes), ma, primo, non sappiamo se fidarci; secondo, ἔδοντες potrebbe ben essere una forma modificata di ὀδόντες proprio per analogia col participio del verbo ‘mangiare’. Per quanto riguarda l’armeno, in realtà, c’è chi sostiene che anche *h1- in posizione protetica dia a- (quindi atamn < *h1dónt- non sarebbe un problema), ma soprattutto negli ultimi anni questa non è la posizione prevalente.
Si è quindi fatta strada un’altra radice, ricostruita sulla base del confronto tra il nome del dente e parole come greco ὀδύνη (odúne) ‘dolore’ e lituano úodas ‘zanzara’: *h3ed- ‘mordere’. Il nome del dente sarebbe dunque *h3d-ónt-/h3d-n̥t-, in origine ‘quello che morde’. Un forte indizio a favore di questa ricostruzione è l’aggettivo greco νωδός (nodós) ‘senza denti’, che può derivare da *n̥-h3d-ó- (*n̥- è il prefisso privativo da cui deriva il famoso alfa privativo di origine greca, per esempio amorale o apartitico, nonché il prefisso in- di, per esempio, incredibile, impossibile, invincibile).
Per questa volta dobbiamo concludere con questa incertezza sulla radice, come talvolta capita nei nostri studi; d’altro canto, qualità della laringale a parte, la ricostruzione della protoforma è tra le più... incisive: *Hdónt-/Hdn̥t- ‘dente’.