Ghigno
ghì-gno
Significato Riso o sorriso beffardo e maligno
Etimologia derivato di ghignare, dal francese guigner ‘strizzare l’occhio, ammiccare’, dal francone *wingjan ‘fare cenno’.
Parola pubblicata il 15 Agosto 2026

ghì-gno
Significato Riso o sorriso beffardo e maligno
Etimologia derivato di ghignare, dal francese guigner ‘strizzare l’occhio, ammiccare’, dal francone *wingjan ‘fare cenno’.
Parola pubblicata il 15 Agosto 2026
Verrebbe da precipitarsi a considerare la bocca, e invece anche l'occhio vuole la sua parte.
Ghignare arriva dal francese guigner, che non vuol dire ridere beffardamente: vuol dire strizzare l'occhio, ammiccare. Risale a una parola francone, wingjan, 'fare cenno', la stessa che in inglese è diventata to wink 'fare l'occhiolino, ammiccare' e in tedesco winken, 'far cenno, salutare con la mano'. All'origine del ghigno, dunque, sta un'espressione del viso (un gesto del viso) minuto ma di estrema complessità — complesso quanto può esserlo un'allusione che passa per una strizzata d'occhio, e il doppio fondo che nasconde.
Facile che il tono generale sia poco rassicurante, comunque. E tutto si tiene anche nella faccia: dall'occhiolino al riso malizioso la strada è breve. Strizzare l'occhio inizia già a tirare per un istante il viso in una smorfia; pronunciando appena di più il gesto, ecco che il lato della bocca viene coinvolto, e la smorfia si fa faccia storta; la faccia storta non è una faccia rassicurante, e anzi spesso è una faccia contro. L'italiano percorre quel tratto durante il medioevo (il ghigno risulta registrato già sul finire del Duecento) e ce lo offre fin dal principio come riso beffardo e maligno.
Quel che resta della complicità comunicativa originaria però è decisivo, ed è la ragione per cui il ghigno è tanto inquietante. Chi ghigna non ride di una battuta: ride di qualcosa che sa e che noi non sappiamo, che sa e che altri non hanno considerato. È un riso che disorienta perché non ha una causa palese — e una causa nascosta ha il fumo del pericolo. Non è un caso che il ghigno abiti tanto volentieri i racconti di paura.
Possiamo parlare del ghigno dell'avversario che ha appena visto il nostro errore; del ghigno di chi sa che il "varie ed eventuali" nell'ordine del giorno riserverà una sorpresa poco gradita; del ghigno intagliato nella zucca di Halloween. È così caratterizzante che per estensione arriva a designare la faccia intera: pensiamo al ghigno di certi ceffi (anche se in questo senso spesso è preferita la variante ghigna — «tante le grinte, le ghigne, i musi»).
Ci mette del suo anche il corpo sonoro della parola. Com'è duro e vibrante, nasale e chiuso, come un verso a denti stretti. Nulla a che vedere con la limpidezza del riso o con l'ilarità, leggera; qui siamo più vicini al sarcasmo, che alla lettera è una lacerazione della carne.
Tant'è che non ha parole che gli si siedano vicine. Il sorriso è versatile, e nella sua vastità fa stare il piccolo e il grande, l'autentico e l'ipocrita. Lo sberleffo è pubblico, e beffardo sì, ma non malevolo. La smorfia coinvolge l'intera faccia ma è difficile sia allusiva: la faccio quando scherzo o quando scopro che lo yogurt è andato a male.
Il sogghigno è naturalmente un derivato, e smorza il ghigno — quel so- iniziale è un 'sotto', e lo rende meno diretto, più indecifrabile, e con una minore impressione di pericolo.
Il ghigno popola tanto i nostri discorsi e i nostri racconti perché in effetti non abbiamo buone alternative per indicare questo filo comune del tappeto del mondo: il riso maligno, di beffa maliziosa, che adombra una minaccia ed è già minaccia.