Malga

màl-ga

Significato Costruzione rustica in muratura e legno, per ricovero di persone e bestiame in alpeggio; pascolo alpino

Etimologia voce di origine preindoeuropea.

Il nome ‘malga’ non è che intervenga di prepotenza nei nostri discorsi, dilagando: è un termine che ha un ambito estremamente specifico, che contempliamo quando parliamo di Alpi e del tessuto antropico, umano, che vi si trova. Che sia un termine afferente a una nicchia lo notiamo subito anche nella sua cronologia: è attestato in italiano nel 1800 (anno più, anno meno) e però… è una parola del sostrato. Quindi è una parola prelatina, preindoeuropea. Certo, questo inquadramento non è una risposta eloquente: quando si dice che una parola deriva da una voce del sostrato, non abbiamo regole o regolarità, e figuriamoci attestazioni, che possano guidarci verso radici (in effetti, nemmeno verso lingue). Ma è un approdo.

Questo peraltro è un discorso che facevamo anche parlando della croda: è un’altra parola del luogo che si è fatta gli affari suoi per millenni fino a un paio di secoli fa. Niente di troppo strano: è una delle lusinghe della montagna, la possibilità di farsi gli affari propri.

La malga è una tessera dell’alpeggio: di stagione in stagione, attraverso varie fasi, le mandrie vengono a mano a mano spostate in quota o verso valle, e le malghe sono proprio i ricoveri per mandrie e mandriani sui pascoli alpini — e per estensione i pascoli stessi.

Sono luoghi estremamente seducenti: costruzioni rustiche, di muratura e legno, isolate in luoghi densi di meraviglia, in mezzo a giovenche atletiche che ruminano e si sgroppano e caracollano su sentieri e declivi. Luoghi che s’incontrano — da profani — solo quando ci capita di penetrare questi remoti spazi montani, così splendidi e così altri. Luoghi che spesso non hanno nemmeno alcuna velleità turistica, luoghi industriosi e pacifici che si fanno i fatti loro — un po’ più scostanti dei rifugi (con cui talvolta si confondono), ma forse anche per questo centrali, nell’immaginario turistico. Si distinguono invece dalle baite, che a dispetto di palinodie più patinate ed esclusive, sarebbero costruzioni estremamente semplici e polifunzionali tipiche dell’alta montagna.

Così la malga, con la sua serietà operosa e discosta, si amalgama all’esperienza di un turismo più o meno consapevole, più o meno vezzoso — secondo una grammatica di tradizioni d’allevamento, prodotti tradizionali e nomi antichi. Non solo quello generale di ‘malga’: anche i singoli nomi delle malghe (con tutta l’umiltà del loro stanziamento — non sono cattedrali, non sono castelli) spesso emergono tal quali da documenti ecclesiastici o notarili del più profondo medioevo. Un’altra testimonianza della diversa dimensione della montagna.
(Un dato non richiesto ma che mi urge — la malga del mio cuore: Schellab, sopra il Passo di Monte Croce di Comelico: in un prato numinoso sotto le guglie delle crode, fra colori freschi, arie brillanti e affabili giovenche, con un cartello affisso alla sua entrata augura ‘pace e bene’. E in effetti lì, dentro e fuori, non si trova altro.)

Parola pubblicata il 13 Gennaio 2026