Obliare
o-bli-à-re (io o-blì-o)
Significato Dimenticare, scordare
Etimologia attraverso il francese oublier, dalla voce del latino volgare ricostruita come oblitare, derivato di oblitus, participio passato del verbo oblivisci, ‘dimenticare’. A sua volta il verbo viene da oblìnere, cioè ‘ungere, spalmare’, ma anche ‘cancellare lo scritto’.
Parola pubblicata il 11 Gennaio 2026

Due verbi sinonimi usati per spiegare il significato di ‘obliare’, parola aulica e certo meno comune, sono ‘dimenticare’ e ‘scordare’. Si ripete spesso che uno significa togliere dalla mente, l’altro dal cuore — e non è un’approssimazione poi cattiva. I dettagli dei principi della termodinamica potremo dimenticarli, e i lineamenti di un volto amico saranno scordati col passare del tempo. L’obliare, invece, con la sua eleganza, col suo distacco elevato e desueto, non distingue, cancella e basta da ogni genere di memoria.
E d’altra parte questo cancellare assoluto e irrevocabile lo porta nel suo scheletro etimologico: arriva in italiano attraverso il francese oublier, dove è il verbo usato quotidianamente per significare la dimenticanza, ma viene dal latino volgare oblitare, derivato di oblitus, participio passato del verbo oblivisci, che significa sempre ‘scordare, dimenticare’. Qui c’è un bellissimo passaggio, a suo modo poetico: il verbo oblivisci deriva a sua volta da oblìnere, cioè ‘spalmare’. Da qui oblìnere matura anche il significato di ‘cancellare lo scritto’, e questo perché all’epoca delle tavolette di cera su cui i Romani scrivevano le loro cose (quelle un po’ andanti, gli appunti semplici che non meritavano papiro o pergamena), il modo per cancellare o correggere qualcosa era proprio il rispalmare la cera con lo stilo, che era lo strumento di scrittura (un bastoncino da impugnare che da una parte aveva una punta per incidere la cera, dall’altra una spatolina per spalmarla). Un’origine pratica e umile, per un verbo tanto alto e potente. Ma d’altro canto, anche tutte le vastità del cancellare nascono dai tratti (rabbiosetti) fatti nero su bianco per tracciare una graticola sull’errore.
Obliare… ma quando mai lo usiamo? Sì, va bene, come ogni parola alta può essere spesa nel registro dell’ironia: noto che il collega ha obliato il favore che gli ho fatto ieri. E senz’altro può essere usato in discorsi istituzionali, in ambiti specialistici in cui una certa altezza di registro è apprezzata — pensiamo al linguaggio giuridico, sempre però tenendo presente la trappola dell’antilingua di Calvino.
Ma al di là di questo, ‘obliare’ offre ai nostri discorsi un cancellare netto, profondo e senza eco. Il non portar più memoria, il non ritenere, il non considerare, l’abbandonare, perfino il perdonare declinano l’irrecuperabilità dell’obliato (magari invece una cosa scordata poi la ricordo, e una dimenticanza si riprende). Anche l’oblio può accedere con questi caratteri ai nostri discorsi: possiamo parlare del dolore dell’oblio provocato da una malattia, dall’oblio in cui è stata abbandonata la casa di campagna, da come certe opere d’arte siano state recuperata dall’oblio nell’incredulità generale.
Da un lato l’oblio pare una maledizione, un morbo finale contro cui tante forze dell’umanità lottano per lasciare una testimonianza. Dall’altro è anche una medicina, quando ad essere scordati e dimenticati sono torti e dolori. Difficile che un concetto tanto grande ed estremo non fosse anche complesso.