Pretoriano
pre-to-rià-no
Significato Appartenente alla guardia imperiale romana; oggi, fedele al servizio di un potente, specie armato
Etimologia voce dotta recuperata dal latino praetoriānum, derivato di praetōrium ‘tenda del comandante’, dal nome del praetor -ōris ‘pretore’, che gli antichi spiegavano come *prae-itor ‘colui che cammina in testa’.
Parola pubblicata il 25 Agosto 2026

La fedeltà è normalmente intesa come una virtù, e però parole come questa ci fanno intendere come il carattere virtuoso di molte virtù sia molto, molto relativo. Ad esempio la fedeltà di taluni può essere minacciosa.
Salto nella Roma antica? Salto nella Roma antica.
Il praetorium era la tenda del comandante in campo, e la cohors praetoria il manipolo di uomini scelti che gli dormiva intorno. Il nome viene dal praetor, magistrato dei più importanti dell'ordinamento antico, diventato celebre come amministratore della giustizia ma che doveva avere un ruolo originale bellicoso — e gli antichi ne spiegavano il nome come prae-itor, colui che cammina in testa.
Ma stiamo parlando di figure e ruoli che durano secoli, molti secoli: la faccenda si fa complessa e delicata quando la tenda prende il profilo del palazzo. Augusto, che dominava in maniera ineguagliabile la sottile grammatica simbolica del potere, richiamando la scorta dei magistrati istituì nuove coorti pretorie, un vero, piccolo esercito, tenendolo mimetizzato in modo da non destare sospetti di tirannia. Il principe aveva una sua guardia, ma con discrezione.
Fu Lucio Elio Seiano, prefetto di Tiberio (esperto, ambizioso e ovviamente destinato a finire malissimo) a convincere l'Imperatore che sarebbe stato meglio adunarli nella capitale. Fra il 20 e il 23 nacque l'accampamento dei castra praetoria, murato, ai margini della città: i pretoriani tutti lì, ben addestrati, pagati molto meglio dei legionari comuni e a un passo dai luoghi del potere. In una situazione in cui certi uomini potevano concentrare un potere enorme ma sempre volatile, alla domanda pressante su chi comandi davvero l'esercito, si accostò quella di chi comandasse i pretoriani.
Acquisirono presto un ruolo non banale. Nel 41 sono furono a uccidere un non lucidissimo Caligola, e sempre loro, poche ore dopo, scovarono Claudio (terrorizzato, dietro a una tenda) e lo fecero imperatore in cambio di una gratifica. Naturalmente prosperarono in momenti turbolenti: nel 193, ucciso l'imperatore Pertinace (di nome e di fatto) che intendeva disciplinarli, misero addirittura l'impero all'asta. Vinse Didio Giuliano ,un senatore ricchissimo, che governò per ben sessantasei giorni. Sarà Costantino, nel 312, a sciogliere il corpo definitivamente e a far abbattere le mura della caserma.
Da questa parabola l'italiano ha ricavato un uso figurato piuttosto intenso. Ci parla di qualcuno che sta intorno a una persona di potere, che ha un suo profilo istituzionale ma non disdegna violenza e soprusi. Certo ne abbiamo altre di figure del genere — figure storiche e attuali di satelliti del potere. I giannizzeri, ad esempio, che però danno una maggiore impressione di autonomia. Hanno avuto una certa fortuna anche i pasdaran, concentrati su una causa, che però per gli sviluppi correnti hanno perso quella lontananza che serve alla serenità dell'esotismo. Il pretoriano difende con forza ma può sempre rivolgersi contro il padrone.
Così possiamo parlare dei pretoriani di un segretario di partito, che tirano molti fili; dei pretoriani che si stringono attorno a un amministratore delegato assediato dal consiglio, dell'allenatore che si porta dietro i suoi pretoriani a ogni cambio di panchina. Non è una scorta, è un'autentica camarilla armata, tenuta insieme da convenienti prebende più che da intime convinzioni.
In effetti, come fedelissimi si sono dimostrati più che altro fedelissimi al soldo. Ma il sofisticato richiamo alla storia antica garantisce sempre un certo effetto, nel discorso.