> Le famiglie delle parole

I dialetti giudaico-italiani: patrimoni linguistici, fotografie della storia

Le comunità giudaiche sparse per le città italiane, nei secoli, hanno dato vita a delle parlate dialettali che sono un patrimonio linguistico preziosissimo. Un rapido volo su questi dialetti, su un pezzo di storia italiana affascinante – a tratti triste.

Sono molte le città italiane ad aver nei secoli ospitato tra le loro mura… altre mura. Quelle dei ghetti ebraici. La parola ghetto stessa ha origine nello stivale, precisamente a Venezia (da dove viene la foto qua sopra, di Anton Nosik). Come si legge nella trattazione della parola di Upag, infatti:

Ghetto, dal nome del quartiere di Venezia in cui furono relegati gli Ebrei all'inizio del '500: ospitando una fonderia era chiamato geto, getto, intendendo i getti di metallo fuso; gli Ebrei Aschenaziti, originari della Germania, pronunciavano questo nome con la g dura - da cui l'odierno ghetto.

Un po’ di storia

Per raccontare la faccenda dall’inizio, vale la pena fare un breve excursus sulla storia della presenza ebraica nella penisola italiana. Sappiamo che gli ebrei erano a Roma e nel meridione già a partire dal II secolo a.C. Studiosi autorevoli ritengono che, forse a partire dal III secolo, le comunità ebraiche comunicassero in una parlata giudeo-latina che si sarebbe poi trasformata in giudeo-romanza seguendo l’evoluzione linguistica che avvenne dopo la caduta dell’Impero Romano e con le vicende storiche che portarono al florilegio di dialetti diversi in tutta la penisola.

Gli ebrei italiani, anche detti italkim o bené Roma (la desinenza _im del plurale la si trova anche negli etnonimi ashkenazim, sephardim, mizrahim), nei secoli, furono al centro di movimenti migratori molto specifici e di difficile definizione: le alterne scelte politiche di cui furono le vittime, i decreti dei regnanti, l’influenza più o meno forte della Chiesa, le congiunture economiche che portavano ad una maggiore o minore tolleranza nei confronti del popolo israelitico, e le ondate persecutorie, financo delle vere e proprie cacciate, li portarono a migrare con frequenza.

La ricetta dei dialetti giudeo-italiani

L’instabilità perenne della nazione israelitica sfociò, sul piano linguistico, in commistioni infra e interregionali a cui poi si deve aggiungere un fattore comune a tutte le comunità: la radice linguistica semitica.
Ciò che ne scaturì fu una ricetta complessa, il mistilinguismo, con ingredienti unici: cucchiaiate abbondanti di aramaico e di ebraico, spolverate di yiddish o di ladino (il giudeo-spagnolo arrivato sulle nostre sponde dopo l’editto di Granada) ben distribuite su una base latina o volgare, proveniente dalle varie regioni d’Italia.

La cosa ancor più importante, in questo banchetto linguistico, fu la condizione di gruppo chiuso: quasi tutte le parlate giudeo-italiane hanno un alto livello di arcaicità, cioè dei caratteri conservativi tipici delle comunità isolate. Nel caso ebraico, purtroppo, la chiusura avvenne non solo a livello linguistico, ma anche fisico: è del 1555 la bolla papale con cui si obbligano gli ebrei a vivere in un quartiere specifico, ad indossare segni distintivi e a rispettare numerosi divieti.

Il risultato di tale clausura fu un’esasperazione della segregazione linguistica che ha permesso alle parlate giudeo-italiane di conservare tratti tipici dei dialetti parlati al tempo dell’istituzione dei ghetti. Facendo l’esempio del giudaico-romanesco, ancora vivo, brillante e parlatissimo, se così si può dire, dalla vivace comunità ebraica della capitale, possiamo affermare che, quando si va a comperare la deliziosa pizza di Beridde al forno kasher Boccione, a via del Portico d’Ottavia, la parlata che sentiremo in giro è una sorta di registrazione del romanesco di cinquecento anni fa, forse addirittura quello che Raffaello deve aver udito quando arrivò alla corte del papa Giulio II per affrescare le sue famose ‘stanze’. È un romanesco dagli spiccati meridionalismi e tipicità fonologiche che non si trovano più nel dialetto romano di oggi.

Le testimonianze

Se il patrimonio linguistico giudaico-italiano sembra essere per lo più orale, e se lo si ritrova, ahimè, in verbali del tribunale dell’Inquisizione, documenti notarili, libretti liturgici e materiale privato, non dobbiamo però dimenticare che esiste un vasto repertorio di documenti vergati in una sorta di lingua media. Qui, sebbene l’ebraico sia assente, esso funge da lingua-calco, cioè è l’idioma su cui si modella la disposizione degli elementi sintattici della frase. Esistono anche delle testimonianze di giudaico-italiano nel teatro rinascimentale: il personaggio dell’ebreo era caratterizzato da questa parlata tanto riconoscibile che lo rendeva quindi un elemento comico nella scena ‘all’ebraica’. Per gli studiosi, queste sono testimonianze preziose, perché alcune risalgono agli anni precedenti la chiusura dei ghetti.

All’ombra del Colosseo…

Le città che hanno dato vita ai dialetti più ricchi e articolati sono Roma, Livorno, Venezia, Mantova, Trieste… ognuna con delle specificità diverse. (L'immagine precedente è un quadro del ghetto di Firenze di Telemaco Signorini). Una cosa le accomuna: l’esclusività che permetteva ai parlanti di questi dialetti di non essere compresi dai non appartenenti alla comunità. Diventavano quindi anche delle parlate in codice, usavano parole relative alla religione, svuotandole del loro significato, impiegandole in campi diversi.
Ecco quindi che nella capitale sentiremo parlare di sciabbadde (sabato), scialomme (shalom), amenne (nell’espressione ‘esser lungo come l’amenne’), ammazzellato (fortunato, da mazal, che vuol dire fortuna), Ascemme (da haShem, il Signore), baruchabba! (benvenuto!), bangkavanodde (disgraziato), ngarelle (cristiano, da n’ aarel che significa ‘non circonciso’), davare (zitto), resciuddare (andarsene, da reshuth, ovvero il permesso di andarsene).

La parola di giudaico-romanesco più conosciuta anche ai non appartenenti alla comunità è forse sciamannato. Essa viene dall’ebraico simàn, cioè segno, e indicava il modo sgraziato e pieno di disprezzo con cui gli ebrei, giustamente, portavano il simbolo distintivo che dovevano obbligatoriamente indossare: una rotella gialla, una striscia colorata o altro. La poca cura che si dava a quel pezzo di stoffa ha generato il significato che sciamannato ha assunto anche in italiano.

In Toscana

A Livorno fiorì un dialetto che è stato chiamato bagitto, nome che deriva dal castigliano bajito, diminutivo di bajo, perché era una lingua parlata dal pueblo bajo. La comunità livornese si allargò in modo consistente dopo la grande cacciata dei sefarditi dalla Spagna, nel 1492. Gli esuli si diressero un po’ ovunque, nel Mediterraneo. Alcuni trovarono riparo proprio nella città portuale toscana, che tra il XVI e il XVII secolo, grazie alle cosiddette ‘leggi livornine’, divenne un centro cosmopolita. La tolleranza dei granduchi fu tale che a Livorno non ci fu mai l’istituzione di un ghetto, caso più unico che raro, e la celebrazione di culti acattolici era possibile, sebbene il Santo Uffizio tenesse d’occhio la città perché era considerata essere un ‘focolaio di eresie’. Altri esuli sefarditi si diressero ad Ancona, che faceva concorrenza a Venezia nell’Adriatico, altri ancora a Ferrara, sotto le mura della corte estense.

Nella costituzione del bagitto ci fu una forte influenza di giudeo-spagnolo, per cui si ritrovano nette caratteristiche iberiche insieme alle sopracitate basi ebraiche: Moro viegio non aprende lengua (il moro vecchio non impara la lingua), korazzone (derivata da corazòn), nencico (infelice, dallo spagnolo necho), desmazalado (sfortunato, da mazal con de- privativo), Maria cuadra e conca (per definire una donna stravagante), judío puede anco ser, pero la cara no me plaz (sarà pure ebreo, ma la faccia non mi piace).

Alla Serenissima

A Venezia, in cui tedeschi, levantini e ponentini facevano parte della composita comunità ebraica, il dialetto, privo di meridionalismi, mantiene caratteristiche già viste altrove, come l’applicazione di desinenze italiane a parole ebraiche. Forse nella città lagunare c’è l’esempio di maggiore adattamento all’evoluzione del dialetto locale di tutte le altre parlate giudeo-italiane: risulta infatti assente la traccia di un dialetto veneziano antico. Una delle possibili spiegazioni è la maggiore interazione commerciale che esisteva a Venezia tra la comunità ebraica e quella cristiana, specchio dei rapporti disinvolti intessuti tra la Serenissima e le altre nazioni con cui si intrattenevano relazioni economiche importanti.

In ogni caso la parlata giudeo-veneziana ha prodotto gemme quali l’espressione eser longo come la meghilà, che vuol dire essere prolisso, o eser fato co tuti i tagnamim, ovvero essere perfetto. Altri esempi lessicali sono macom (che significa semplicemente luogo ma assume, con connotazione negativa, il significato di casa chiusa), maseva (cioè pietra tombale, che però in giudeo-veneziano diventa poi persona noiosa e insopportabile). Potremmo fare un giro d’Italia completo attraverso i dialetti giudaici, perché non saremmo lontani dalla verità nell’affermare che tante furono le comunità, così i dialetti.

Questo articolo, lungi dall’essere un compendio esaustivo di una materia vasta e appassionante, ricca di peculiarità, vuole fornire una breve introduzione, una divulgazione leggera che apra per il lettore una finestra da cui poter osservare un panorama inaspettato: la storia d’Italia, del popolo ebraico e della nostra lingua, intessute in un unico arazzo, consumato dal tempo in alcuni punti, ma dai colori ancora vivaci e brillanti.


Bibliografia:

  • Umberto Fortis, ‘La parlata degli ebrei di Venezia e le parlate giudeo-italiane’, ed. Giuntina, Firenze, 2006.
  • Lucia Rostagno, ‘Palestina, un paese normale – un toscano del settecento in Levante’, ed.Q, Roma 2009.
  • Nora Galli de’ Paratesi, ‘Il giudeo-italiano e i problemi della sua definizione’, da Linguistica XXXII, Ljubljana 1992.
  • Crescenzo Del Monte, ‘Glossario giudaico-romanesco’, archivio Torah.it
  • Attilio Milano, ‘Glossario dei vocaboli e delle espressioni di origine ebraica in uso nel dialetto gudaico-romanesco’, archivio Torah.it
  • Anna Sulai Capponi, Università degli Studi di Perugia, ‘El bagitto: la lengua ibérica sefardí de la comunidad livornesa y confluencias en la haquetía norteafricana e hispanoamericana’, da ‘El español y su dinamismo: redes, irradiaciones y confluencias’, 2017 pp. 51-69.
  • Carla Vivanti, ‘Le parlate giudeo-italiane’, Gerusalemme, Università Ebraica, a. a. 2016- 2017.
  • Pardo Fornaciari, ‘El Bagitto, idioma hispano-judio de Livorno’, Livorno-Barcelona, maggio 2007.

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