> Le famiglie delle parole

L'anima longobarda della lingua italiana

Com'è che in italiano ci sono così tante parole di origine longobarda? Che cosa c'è di unico in questa derivazione?

In italiano ci sono un sacco di parole di matrice longobarda, centinaia, parole quasi tutte di uso comune, anzi appartenenti al nostro lessico fondamentale. Parole molto umili, che parlano di attrezzi, di artigianato, di allevamento, di parti del corpo, di relazioni, di scontri. Ma c'è una cosa da capire bene, perché rappresenta un unicum nella storia della nostra lingua: quale è la posizione del longobardo rispetto all'italiano.

Sui dizionari etimologici tutto è equiparato: la tal parola può derivare dal longobardo, dall'arabo, dal provenzale, dall'inglese, dal neerlandese e via dicendo. Ma la formula che ci spiega da quale lingua deriva una certa parola rischia di essere fuorviante, perché queste derivazioni non sono tutte uguali.

Da quando la nostra lingua ha iniziato a prendere forma, sappiamo che ha raccolto una grande quantità di parole da lingue straniere. Ad esempio il numero di provenzalismi è impressionante; e parimenti è impressionante quello di francesismi, di arabismi, di anglicismi. In questi casi chi parlava e parla italiano ha colto una parola qua e là da queste lingue straniere, secondo necessità, consuetudine e ispirazione, fino a creare un insieme di dimensioni rilevanti. Ma quando parliamo di derivazione dal longobardo non parliamo di questo. Non parliamo della derivazione da una lingua straniera avvenuta durante la vita dell'italiano, ma prima.

La lingua longobarda è una lingua nonna, che la nipote italiana non ha mai conosciuto — anche se sul suo volto se ne riconoscono certi tratti. Per un certo tempo gli studiosi l'hanno considerata del ceppo germanico orientale, affine al gotico, ma oggi la collocazione del longobardo fra le lingue germaniche è molto discussa: in tanti sono propensi a collocarla nel ceppo occidentale, ma probabilmente è intrecciata in modo complesso fra rami diversi.


I Longobardi erano un popolo straniero per gli italici, quando nel 568 entrarono nella penisola. Il quadro è quello delle invasioni barbariche, ma questi Longobardi non arrivavano per distruggere e razziare, quanto per prosperare. Prosperare da padroni. La guerra greco-gotica si era conclusa appena quindici anni prima: il famoso imperatore romano d'oriente Giustiniano, da Costantinopoli, nel tentativo di riconquistare l'Occidente aveva obliterato il dominio gotico in Italia in un conflitto durato diciotto anni (peraltro i goti in Italia, quelli di Teodorico il Grande, ce li aveva mandati Zenone, predecessore di Giustiniano, ma questa è un'altra storia).

Alla fine di questa guerra l'Italia era devastata, spopolata, impoverita e inerme come non mai, e i Longobardi, forti, armati e motivati, non trovarono praticamente resistenza (tant'è che fu una presa di possesso relativamente pacifica). Fondarono il loro regno, insediandosi dalle Alpi alla Basilicata, con alcune eccezioni — la Romagna, Roma, le isole, molte zone costiere. Pare si tenessero alla larga dai grandi porti, dalle flotte — dal mare. Si sostituirono all'élite romana residua, all'inizio. Ma in capo a una manciata di generazioni le due etnie, quella italica e quella longobarda, si mischiarono fino a non poter più essere distinte.

Tutti noi, nel nostro albero genealogico, abbiamo un nonno o una nonna che ha varcato l'Isonzo, a cavallo o su un carro, con re Alboino.

Accadde così che le leggi longobarde si posero come alternativa al diritto romano che stava svanendo; e quando Rotari volle raccoglierle per iscritto, nel 643, le fece scrivere in latino — latinizzando anche termini specifici longobardi che conosciamo ancora, come la faida e il guidrigildo. D'altra parte e in breve la stessa lingua dei Longobardi si estinse, lasciando solo l'eredità di un certo numero di termini. In eredità a chi?

Nelle nostre terre la gente, ai tempi, parlava ancora latino, ma non certo più l'antico latino cosmopolita che aveva dominato il mondo: un latino che per stagnazione si stava facendo volgare, si stava facendo dialetto. Fu in questa loro lingua che penetrarono i termini longobardi, termini infatti bassi, che non intervengono su temi di concetto. La lingua dei Longobardi non è penetrata nell'alto, incorruttibile latino degli ultimi dotti, ma nell'ultimo postlatino o protovolgare del popolo delle campagne e delle sparute città. Il longobardo è intervenuto nella gestazione dell'italiano.

Ci compiaciamo di riconoscere nella nostra lingua un'anima marinara e commerciante, ricca di vive contaminazioni, di termini musicali provenienti da ogni porto del Mediterraneo. Ma la lingua italiana non ha una sola anima.

Precede la sua stessa nascita quell'anima che diffidava del mare e parlava di falegnameria e violenza e corpi e attrezzi. E ne parlava con alcuni dei suoni più spigolosi, ricchi ed espressivi di quella che è la nostra lingua di oggi, dallo scherzo alla scherma, alla guerra, allo sterzo, alla raspa, al graffiare, al palco alla panca allo scranno alla bara allo scaffale allo spalto, allo stinco alla nocca, allo stucco al tanfo e via e via. Non sono parole del commercio, del filosofare, della moda o della tecnologia: sono le parole — numerose e varie — che si acquisiscono nella condivisione della convivenza.

Quando leggiamo, quindi, che una parola 'viene dal longobardo', non stiamo parlando di un prestito frutto di una suggestione esotica, di un uso commerciale, di un contatto culturale. Il lessico longobardo si è infilato massicciamente in quel non-più-proprio-latino che stava diventando italiano, attraverso una fusione di popoli. Un caso unico nella storia della nostra lingua, nella nostra storia.

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