Becero

bé-ce-ro

Rozzo, volgare

da un perduto becerare, probabilmente derivato da un latino: vocilare vociare.

Esistono molte parole per indicare il grezzo, ma spesso hanno connotazioni retrograde, inattuali, misurandolo con la distanza del nobile dal povero - volgare, villano, triviale.

L'etimo ci suggerisce probabilmente che il becero invece si concentra su una qualità neutra del rozzo, adatta tanto all'avvocato quanto al contadino: il parlare a voce troppo alta, il gridare per esprimersi.

Capita di vedere adoni eleganti, bellissimi, dallo sguardo magnetico, che quando aprono bocca sembra stiano piazzando il pesce al porto di Mumbai, capita di vedere ragazze angeliche - boccoli biondi a incorniciare il viso candido - che berciano e sghignazzano come demoni; al contrario omoni dall'aspetto rude possono esprimersi con gentilezza posata da serafino.

Il becero diventa così un'attribuzione fondamentale per l'osservazione e la descrizione di una persona, di uno spettacolo, di un testo: il modo in cui si pronunciano le parole vale più delle parole stesse.

Parola pubblicata il 20 Aprile 2012

Commenti