Perdonare

per-do-nà-re (io per-dó-no)

Rinunciare ad ogni vendetta e rivalsa

dal latino medievale: perdonare composto da per completamente e donare donare - originatosi cambiando il prefisso di condonare.

Il perdono rileva molto nella sua veste teatrale - ed oggi, mediatica. Pare che funzioni come ogni altro dono, che serva a comprare o che sia una liberalità magnanima, più buona nella sua pubblicità che nella sua essenza, o che addirittura segua le regole di un gioco di potere: il mio perdono esercitato come una sopraffazione, un'elevazione, una via di superiorità. Per giunta, pornografie morali da giornalista microfonomunito come "Signora, ha perdonato l'assassino di suo figlio?" sbattono sotto i riflettori le intimità supreme dei pochi perdoni che davvero avrebbero valore.

Tutto questo rende opaco e distante il senso del perdono, un senso che invece è tutto interiore e molto circoscritto: non si perdona che per se stessi. Quando si è nella posizione di poter perdonare qualcuno la realtà è che non si ha un credito. Certi crediti creduti non esistono. Ma l'accettazione di un male inevitato, che lo lascia scorrere via per sempre, impedisce a questo stesso male di portarci altri frutti marci che ci fanno germinare in cuore i vermi del rancore, della vendetta, dell'ira - che ci annodano la vita. Perciò il perdono è il dono completo, supremo, così sottile che quasi non si dà né si riceve, che completa le azzoppature e le amputazioni del male - abbraccio di pochi istanti che poi ti lascia passare avanti.

Quando la pronunciamo, rendiamoci quindi conto del valore che questa normalissima parola esprime. E aggiungo un piccolo consiglio: se vogliamo ascoltare che cosa sia il perdono, ascoltiamo il "Contessa, perdono" del finale delle Nozze di Figaro. Mozart sapeva.

Parola pubblicata il 30 Gennaio 2012

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