Pusigno

pu-sì-gno

Ghiotto spuntino che si fa a tarda ora, dopo cena

dall'ipotetica forma del latino parlato postcenium, composto da post 'dopo' e cena.

Va premesso che non si tratta della più usata delle parole. Anzi è una delle più desuete fra le desuete. Però ha uno smalto brillantissimo, un significato che dire quotidiano e consueto è dire poco - e una diffusione regionale notevole.

Ora, la 'cena', nel mondo latino, era un pasto ben diverso dalla cena che conosciamo oggi. Era il pasto principale della giornata - gli altri erano poco più che spuntini - e veniva consumato a metà pomeriggio, alla fine della giornata lavorativa. E così è stato per lunghi secoli. Quindi diciamo che uno spuntino ulteriore dopocena (se ce lo si poteva permettere) ci stava tutto.

Ma anche ai nostri tempi, in cui la cena è (o dovrebbe essere) un pasto più leggero, e consumato a sera, il rilassato lasso di tempo fra la cena stessa e l'andare a dormire è sufficiente a risvegliare la gola, in barba alla sazietà. E il rimedio è il pusigno. Un pasto piccolo, di cibi ghiottissimi (il dolcetto rimasto in frigo, il gelatino, i biscotti), sconsigliato da tutti i medici e da ogni buonsenso salutista - e come nessuno voluttuoso e presuntivamente meritato.

Sì, non è una di quelle parole la cui conoscenza ti stravolge il vocabolario; ma la delicatezza della sua storpiatura (da postcenium e poi poscenio) e la sua lunga storia sono degli elementi di valore, capaci di darci la dimensione di una comunione coi nostri avi nel vasto fluire delle parole e delle abitudini.

Parola pubblicata il 24 Settembre 2016

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