SignificatoVaso da farmacia in ceramica decorata, di forma cilindrica, con una lieve strozzatura ai fianchi
Etimologia etimologia dibattuta; probabilmente dal latino albaris ‘bianchiccio’, in riferimento al materiale di cui sono fatti.
Non è un nome arcinoto — ma basta iniziare a dire che è un «vaso da farmacia» che subito si collega all'oggetto. Gli albarelli sono un complemento molto interessante. Si trovano ancora, in certe farmacie che intendono valorizzare la loro dimensione storica anche negli arredi: nella versione più classica, sono vasi di maiolica, di ceramica a fondo bianco smaltata e decorata nelle maniere più diverse, spesso con sopra l'indicazione del contenuto. La forma è cilindrica, ma non perfettamente cilindrica: sono lievemente concavi ai fianchi per poter essere presi meglio, senza che scivolino di mano.
È un nome magnetico, di magnetismo peculiare. Non ha l'esoterismo che ci si potrebbe bene attendere da un vaso da speziale — i semplici e le droghe hanno sempre richiesto una certa sapienza, nell'uso farmaceutico. Anzi. È un nome così dimesso da essere stato a lungo davvero enigmatico.
C'è chi lo ha ricondotto con sicurezza all'alberello, non nome generico ma nome del pioppo (pioppo bianco o tremulo, derivato di albus, 'bianco'): potevano essere in legno di pioppo, in origine. Ma non sembra. Potevano forse essere vasi dell'albarius, dell'imbianchino (vasi e secchi non bastano mai quando s'imbianca, si sa), ma anche questa ipotesi non ha convinto. Il riferimento, stando ai rilievi più recenti e accreditati, deve essere al materiale di cui son fatti, che è una ceramica sul bianco, una maiolica che ha il pregio di essere inerte, impermeabile e impenetrabile alla luce — ma anche là dove fossero stati di vetro l'albicare dei riflessi ha senso che si faccia notare.
Il modo in cui è balzato alla nostra immaginazione al solo dire «vaso da farmacia» ci rende ragione dell'effetto del suo uso. Il vaso è enormemente generico — vasi comunicanti, vasi da fiori, vasi da notte, vasi di ciliegie sotto spirito, babà in vaso, vasi sanguigni. L'albarello ci offre una maniera di chiamare un elemento specifico con un nome che non è un tecnicismo ozioso: ha l'aspetto di un termine domestico, privo di asperità, come il nome popolare di un'erba, e però ha un significato selezionatissimo. Quindi è in grado di attingere verticalmente a un immaginario specifico e diuturno, che unisce Il nome della rosa alla farmacia di quartiere, e di più. D'altro canto, gli albarelli, al mutare della scienza farmaceutica, hanno preso ad abitare anche altrove, e con nostro piacere.
Posso parlare senz'altro degli albarelli che fanno bella mostra di sé sugli scaffali o nella vetrina della farmacia, ma posso anche parlare degli albarelli in cui la zia tiene le erbe seccate in estate, della spezia che pesco dal fondo dell'albarello, degli albarelli dove conservo sali aromatizzati, dell'albarello con la crema che hai composto tu.
Ha un po' i pregi e i difetti di qualunque nome di spezia, di essenza, di pianta officinale. Non ha un'albagia sussiegosa e scostante... ma non tutti lo conoscono.
Non è un nome arcinoto — ma basta iniziare a dire che è un «vaso da farmacia» che subito si collega all'oggetto.
Gli albarelli sono un complemento molto interessante. Si trovano ancora, in certe farmacie che intendono valorizzare la loro dimensione storica anche negli arredi: nella versione più classica, sono vasi di maiolica, di ceramica a fondo bianco smaltata e decorata nelle maniere più diverse, spesso con sopra l'indicazione del contenuto. La forma è cilindrica, ma non perfettamente cilindrica: sono lievemente concavi ai fianchi per poter essere presi meglio, senza che scivolino di mano.
È un nome magnetico, di magnetismo peculiare. Non ha l'esoterismo che ci si potrebbe bene attendere da un vaso da speziale — i semplici e le droghe hanno sempre richiesto una certa sapienza, nell'uso farmaceutico. Anzi. È un nome così dimesso da essere stato a lungo davvero enigmatico.
C'è chi lo ha ricondotto con sicurezza all'alberello, non nome generico ma nome del pioppo (pioppo bianco o tremulo, derivato di albus, 'bianco'): potevano essere in legno di pioppo, in origine. Ma non sembra. Potevano forse essere vasi dell'albarius, dell'imbianchino (vasi e secchi non bastano mai quando s'imbianca, si sa), ma anche questa ipotesi non ha convinto.
Il riferimento, stando ai rilievi più recenti e accreditati, deve essere al materiale di cui son fatti, che è una ceramica sul bianco, una maiolica che ha il pregio di essere inerte, impermeabile e impenetrabile alla luce — ma anche là dove fossero stati di vetro l'albicare dei riflessi ha senso che si faccia notare.
Il modo in cui è balzato alla nostra immaginazione al solo dire «vaso da farmacia» ci rende ragione dell'effetto del suo uso. Il vaso è enormemente generico — vasi comunicanti, vasi da fiori, vasi da notte, vasi di ciliegie sotto spirito, babà in vaso, vasi sanguigni. L'albarello ci offre una maniera di chiamare un elemento specifico con un nome che non è un tecnicismo ozioso: ha l'aspetto di un termine domestico, privo di asperità, come il nome popolare di un'erba, e però ha un significato selezionatissimo. Quindi è in grado di attingere verticalmente a un immaginario specifico e diuturno, che unisce Il nome della rosa alla farmacia di quartiere, e di più. D'altro canto, gli albarelli, al mutare della scienza farmaceutica, hanno preso ad abitare anche altrove, e con nostro piacere.
Posso parlare senz'altro degli albarelli che fanno bella mostra di sé sugli scaffali o nella vetrina della farmacia, ma posso anche parlare degli albarelli in cui la zia tiene le erbe seccate in estate, della spezia che pesco dal fondo dell'albarello, degli albarelli dove conservo sali aromatizzati, dell'albarello con la crema che hai composto tu.
Ha un po' i pregi e i difetti di qualunque nome di spezia, di essenza, di pianta officinale. Non ha un'albagia sussiegosa e scostante... ma non tutti lo conoscono.