Alessandrino

a-les-san-drì-no

Significato Di Alessandria d’Egitto, e della cultura che vi fiorì; raffinato, prezioso fino all’eccesso; verso della poesia francese italiano, doppio senario o settenario; della città piemontese di Alessandria

Etimologia con riferimenti differenti, dal nome di Alessandro, Aléxandros in greco, letteralmente ‘protettore d’uomini’.

Non siamo davanti al diminutivo di Alessandro, ma è un termine, anzi sono diversi termini di respiro differente che hanno a che farecon ‘Alessandro’ — diversi Alessandri, celeberrimi o proprio no. Riusciremo a districarci?

Il primo ‘alessandrino’ si riferisce ad Alessandria d’Egitto, la più importante fra le città fondate da Alessandro Magno (di Alessandrie, dall’Anatolia alla valle dell’Indo, ne fondò almeno una dozzina). Era il 331 a.C., e la fortuna della città sarebbe stata immensa: sarebbe diventata un centro culturale cosmopolita, che nelle lettere e soprattutto nelle scienze sarebbe giunto a vette pareggiate solo in epoca moderna. Luoghi del genere si fanno facilmente la fama di una grande raffinatezza, ma ad Alessandria si esagerò.

La preziosità tipica dell’arte alessandrina si concretizza in una cura formale estrema, in un’eleganza erudita — tanto che diventa un’arte per pochi. Ci si riconoscono dentro quei caratteri che echeggiano anche nel bizantino e nel decadente: si dice alessandrino ciò che si distingue per una ricercatezza tale da finire per essere esausta, una squisitezza cerebrale, uno studio e un cesello parossistico, eccessivamente prezioso.
Così ci gustiamo un libro di gusto alessandrino che non piacerà a nessun’altra persona a cui lo consiglieremo, lo zio ispirato da Bacco scrive sui tovaglioli versi e giochi di parole alessandrini, l’amica ci invita a un concerto alessandrino di musica di cui non capiamo l’eleganza.

Potremmo dire che in quest’accezione ‘alessandrino’ è essa stessa una parola alessandrina, un’autologia — e per poter essere spesa richiede la sicurezza di condividere certi riferimenti della cultura ellenistica, ma è un termine che si fa notare, che esercita una certa impressione.

Un altro ‘alessandrino’ invece indica qualcosa di più circoscritto: un metro, un tipo di verso poetico. Sembra una questione di cesello specialistico, una questione alessandrina, ma invece è rilevante: anche se non è il più noto, l’alessandrino è una forma che si conquista un grande spazio nella poesia francese e anche italiana. In particolare è composto da due parti, ciascuna di sei sillabe. Prende questo nome perché è usato per la prima volta nel Roman d’Alexandre, un fantasioso poema medievale (se non una serie di poemi) su Alessandro Magno. Peraltro la parte in cui compare — eco di Alessandri — è opera di Alexandre de Bernay, poeta dell’XI secolo. In italiano è reso volentieri con il doppio settenario, per una questione di accenti — e ci accompagna dal medioevo ai giorni nostri, da Cielo d’Alcamo a Eugenio Montale.

«Ehi, ma che Alessandria d’Egitto! Io vivo ad Alessandria in Italia! Anche io sono alessandrino!» vorrà notare qualcuno giustamente.
Ebbene, in questo nodo d’Alessandri e Alessandrie, l’alessandrino che si vuole riferire alla città piemontese di Alessandria (come quando diciamo che Umberto Eco era alessandrino), una volta tanto non ha niente a che fare col Magno. Ha a che fare invece con papa Alessandro III, a cui il nome della città fu dedicato quando sostenne la causa comunale contro le pretese imperiali del Barbarossa.

Uno sciame di termini diversi con la stessa forma, che fra movimenti culturali, opere letterarie e riferimenti cittadini s’imperniano su un nome antico di protezione: già, perché il greco Aléxandros è composto col verbo aléxein ‘proteggere’ e ándres ‘uomini’ — protettore di uomini.

Parola pubblicata il 17 Dicembre 2022