Respiro

re-spì-ro

Significato Il respirare, l’atto respiratorio; sollievo; ampiezza, portata,

Etimologia da respirare, voce dotta recuperata dal latino col significato di ‘soffiare di nuovo, respirare’, derivato di spirare ‘soffiare’, col prefisso durativo re-.

Quella della parola ‘respiro’ è una storia complessa: radici antiche e sorprendenti si intrecciano in derivazioni moderne fra salti ampi. Insomma, ha avuto un respiro decisamente irregolare.

Tutto comincia dal verbo latino spirare, che da sé significa ‘soffiare, esalare’. Lo troviamo già attestato in Plauto, nel III secolo a.C., ed è un verbo perfettamente isolato, privo di qualunque parentela: anche per questo, i linguisti sono concordi nel vedervi una base onomatopeica — e possiamo apprezzare la sua particolare ricchezza, la sua speciale articolazione, e la forza delle suggestioni che stimola. Perché non contiene solo quel sibilo e quella vibrazione aperta che immaginiamo nel soffio e nell’alito, ma anche una componente esplosiva, nell’occlusiva ‘p’, che adombra la forza di un diaframma. Infatti diventa anche un pulsare, un ribollire.

Il respirare emerge quindi come un ‘risoffiare’: introducendo il prefisso re- dà compiutezza alla vitale ripetizione del respiro. In realtà anche lo stesso spirarelatino valeva per il nostro ‘respirare’, ma il re- si pone come una chiave di volta: il respiro è sempre un soffiare singolo — in fuori o in dentro — ma è l’alternanza durata fra onda e risacca che lo descrive in maniera completa. Pure, il latino non aveva un omologo del nostro ‘respiro’: al massimo nel latino classico troviamo una respiratio.

Fin dai suoi albori, e dal Rinascimento con una lena sempre maggiore, l’italiano ha attinto a piene mani dal latino, prendendo valanghe di parole in prestito e adattandole: sono le cosiddette ‘voci dotte’, che si contrappongono alle voci popolari o ereditarie, invece usate senza soluzione di continuità dai tempi in cui si parlava latino, e via via mutate. Il latino, insomma, è stato una dispensa piena di parole interessanti e ottimamente conservate da prendere alla bisogna. ‘Respirare’, è proprio una voce dotta, recuperata nel Trecento. E non ne sarebbe derivato ‘respiro’ almeno fino al Seicento! Viene proprio da domandarsi come si faceva, prima, a indicare questo atto (che anzi è quasi un fatto) corporeo: posto che respiravano tutti (vecchia tradizione!) e che indicare il respiro è in effetti parecchio utile sia per il dotto sia per il villano, dovevano essere usati sinonimi di ascendenza volgare, come quelli degli arcipelaghi della lena, del fiato, del soffio.

Oggi non ci suona così perché questa parola è tornata nell’alveo delle parole di base, ma ‘respiro’, quando è stata ideata, era una parola dotta, adatta a considerazioni di carattere medico, fisiologico. Dopotutto, quella di diventare parte del lessico comune è una sorte toccata a quasi tutti i derivati di ‘spirare’ in italiano: dall’inspirare ed espirare al traspirare, dal sospirare allo spiraglio fino, naturalmente, allo spirito. Solo lo stesso ‘spirare’ è rimasto percepito come termine più ricercato, col suo significato di ‘soffiare’. Mentre lo ‘spirare’ che risponde all’ultimo respiro è l’esito popolare del latino ‘expirare’, che significa proprio soffiare fuori, della cui vasta immagine l’italiano ha selezionato questo ‘rendere un ultimo respiro’.

Normalizzato e accolto nel lessico comune, apre subito meravigliosi significati figurati (peraltro con riserve dei puristi, che l’osteggiarono). Spiccano quelli del sollievo, della pausa: nell’agitazione dell’azione il respiro si accorcia e sfrena, seguendo una mente turbinosa, mentre nella pausa il respiro torna a prendersi il suo spazio, ad allargare il torace, a smorzare il caos; parimenti, l’oppressione dell’ansia e dell’angoscia parlano etimologicamente di ansito, di affanno, di una stretta che riconduciamo immediatamente a un peso sul respiro: comprendiamo come sia naturale intendere la possibilità del respiro, ritrovata, come un sollievo.

Ma c’è un altro significato che si è aperto nella prima metà del Novecento, dapprima criticato per la sua affettazione e poi, anche questo, normalizzato in un’immagine profonda che senza consapevolezza abbiamo fatto nostra, e che corona questa serie di significati vecchi e nuovi: il respiro come portata, estensione, ampiezza culturale, ideologica. L’ampio respiro, che allarga il petto e invita ad alzare le braccia, che rende grandi e presenti, e prepara una voce forte in un senso di libertà potente e capace. Un’opera di grande respiro fluisce con forza in un corpo culturale vasto, una concezione di respiro largo è (siamo sempre qui) potentemente ispirata.

Il respiro regge la vita alla base, e più in alto regge anche alte architetture di figure senza le quali stenteremmo a pensare.

Parola pubblicata il 24 Settembre 2020