Aposematismo

a-po-se-ma-tì-ṣmo

Significato In biologia, l’assunzione da parte di un organismo di un aspetto – colorazione, odore, suono, postura – atto ad avvertire i possibili predatori che esso è nocivo, velenoso o sgradevole. In senso più ampio, l’emissione di qualsiasi segnale di avvertimento da parte di un organismo

Etimologia voce dotta, introdotta nel XIX secolo dal biologo Edward Bagnall Poulton; composta dal prefisso greco apo- (ἀπό, ‘lontano da, che allontana’) e dal sostantivo sêma, -atos (σῆμα, ‘segno, segnale’). Letteralmente vale ‘segnale che allontana’ o ‘avvertimento a distanza’.

C’è qualcosa di filosoficamente elegante — capace di mandare in brodo di giuggiole qualsiasi linguista — nel fatto che la parola aposematismo inglobi sêma — segno — la stessa radice che abbiamo già incontrato in segnale e che attraversa tutta la semiotica. Ma la cosa davvero paradossale è che il segno, qui, funziona al contrario. Apo-sêma: il segno che allontana. Una comunicazione il cui scopo ultimo non è quello prototipico dell’avvicinare, bensì quello del respingere.

L’aposematismo è, nella sua essenza, un sistema di comunicazione biologica. Gli animali che lo praticano — rane velenose dai colori sgargianti, farfalle monarche con ali come dipinte, serpenti corallo dalle livree vivaci — hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione un vocabolario cromatico preciso e condiviso: rosso, arancio, giallo, azzurro su sfondo nero o bianco. Colori che contrastano, che saltano all’occhio, capaci di non confondersi con l’ambiente; l’esatto contrario del mimetismo criptico — quello della mantide che diventa ramo, del polpo che diventa roccia — dove l’obiettivo è sparire. Questi esseri non si nascondono, ma si espongono alla vista del predatore con la fiera consapevolezza di chi porta in dote un veleno letale o un sapore nauseabondo, contando poi sulla memoria dei propri predatori. E così, se un qualsiasi volatile, ad esempio, si ritrova ad ingerire, e subito dopo vomitare, una farfalla monarca anche una sola volta, beh, si ricorderà di non ripetere la disgustosa esperienza. Questo mi ricorda una connessione che mi riguarda direttamente: la tripofobia (ricordate?). Chi ne soffre — e io sono tra questi — avverte un disagio viscerale, quasi fisico, davanti a certi pattern visivi: grappoli di buchi, forellini ravvicinati, assembramenti di radici o semi. Può sembrare una reazione bizzarra, ma alcune ricerche l’hanno collegata proprio all’aposematismo. L’ipotesi è che il nostro sistema visivo abbia imparato, nel corso dell’evoluzione, ad associare certe configurazioni ricorrenti ai segnali di pericolo presenti negli animali velenosi o tossici.

La natura, tuttavia, ha trovato il modo di aggirare o sfruttare questo sistema aposematico. Il mimetismo batesiano è esattamente questo: una specie del tutto innocua che imita i colori e i pattern di una specie aposematica, traendo vantaggio dalla reputazione altrui senza averne guadagnato il titolo. Sono, passatemi il termine, “impostori semiotici” che usano un segno senza possedere il referente. Anche nel linguaggio umano i segni possono essere usati senza che chi li emette possegga ciò che denotano e potremmo giocare con i concetti, sostenendo che il mimetismo batesiano non sia un’eccezione della natura, ma una legge di ogni sistema comunicativo abbastanza complesso: appena esiste un segno prestigioso o temibile, comparirà qualcuno disposto a indossarlo senza averne il titolo.

C’è però una differenza cruciale tra il mimo e l’originale: la sostenibilità. Il mimetismo batesiano funziona solo finché i falsi segnali restano in minoranza rispetto a quelli autentici. Se i sirfidi diventassero troppo numerosi rispetto alle vespe, i predatori smetterebbero di associare quella livrea al pericolo, facendo inesorabilmente crollare il sistema. Il segno onesto regge il segno disonesto.

Parola pubblicata il 09 Luglio 2026