Livrea

li-vrè-a

Veste con stemma e colori del casato che i nobili donavano ai familiari e al proprio seguito; divisa della servitù; insieme dei colori e disegni di pelle, pelo, piumaggio, che vaira in base al ciclo riproduttivo o stagionale

dal francese livrée, che propriamente è il femminile del participio passato di livrer 'consegnare, fornire', dal latino liberare.

Quando si mutua una parola da una lingua straniera, possono accadere cose curiose. Ad esempio, se si introduce in italiano dopo un secolo e mezzo dalla sua attestazione in francese, possono essere cambiate le mode a cui si attagliava, e può quindi arrivare già un po' diversa da quel che era in origine.

La livrée francese (attestata alla fine de Ducento) era la veste che il nobile, magari il sovrano stesso, forniva ai familiari, ai dignitari della sua corte, al suo seguito e ai suoi protetti. Un modo per omaggiare chi la riceveva, un segno di benevolenza ma anche di appartenenza, che veniva concesso. Di qui l'etimo: il latino liberare ha come esito in francese il verbo livrer, che qui (con una gradevolissima intelligenza) prende la magnanimità del liberare e ne fa la liberalità del fornire.

In italiano però questo termine viene ripreso solo nel Quattrocento, al tramonto del millennio del Medioevo, quando questa moda stava già inziando a svanire (non sarebbe durata un altro secolo), lasciando quindi il passo alla livrea che conosciamo meglio: la divisa del personale di servizio. In effetti nella prima attestazione italiana, nella penna di Giovanni Sercambi, scrittore lucchese, è già un'uniforme per dipendenti del casato. Ma oggi passando davanti all'albergo di lusso del centro ci stupiamo nel vedere la ricca livrea del portiere, o la livrea curata dei camerieri che vi servono la cena: chiamare così una veste che in fin dei conti è una divisa da lavoro come le altre (forse solo esteticamente più curata di altre) permette di agganciarsi a un'atmosfera signorile di tempi andati, su cui si fanno sentire ancora certi piaceri dell'avere personale di servizio, dell'esclusività di classe. Dopotutto la divisa è fornita dal datore di lavoro, e questo è etimologicamente consono, ma l'idea iniziale della livrea era affine a quella originale dell'omaggio: un abito fornito che ti rende riconoscibile come un uomo mio.

Ed è molto curioso che la livrea (nel Seicento) sia diventato anche il nome della mise degli animali, spesso mutevole a seconda delle stagioni: dalla pelle delle rane alla pelliccia del giaguaro al piumaggio del pavone, una divisa che mimetizza, che rende visibili e seducenti, che minaccia un male ai malintenzionati, che imita altri animali. Anche in questo caso l'immaginario, per quanto non peregrino, è un po' rétro, evocando una veste data agli animali.

Resta una parola fine, elegante, che nonostante certi retrogusti padronali da considerare sa vestire il discorso in maniera ricercata.

Parola pubblicata il 19 Marzo 2019

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