Omaggio

o-màg-gio

Atto di deferenza, devozione, ammirazione o cortesia; regalo, dono

dal francese antico homage, derivato di homme 'uomo'.

Quella dicitura che spopola nei supermercati, in cui centinaia di prodotti promettono omaggi, ha una sorprendente ascendenza antica, che dai neon dei corridoi ci porta nelle sale ombrose dei castelli medievali.

L'omaggio non nasce come un dono. Si trattava della cerimonia con cui il sovrano concedeva un feudo a qualcuno: costui, in ginocchio davanti al sovrano che gli teneva le mani giunte, giurava, in virtù delle nuove disponibilità e dei privilegi che il feudo gli assicurava, di servirlo fedelmente con tutte le forze necessarie, in quanto suo nuovo 'uomo' (e da qui l'origine del termine). La solennità di questa cerimonia e la sua impronta di devozione ha fatto sì che l'omaggio passasse a indicare in generale l'atto o la professione di deferenza e ossequio, e da questo il dono che spesso li accompagnava.

L'aura originaria di questa parola è del tutto svaporata nel costante uso commerciale del termine (per cui se compro venti pacchi di biscotti ho un portachiavi in omaggio). Ma non va scordata: l'omaggio resta un atto di deferenza, di ammirazione, di cortesia - che solo in certi casi si traduce in un dono materiale. Espressioni come 'porgere gli omaggi' possono suonare desuete, talvolta perfino affettate o ironiche, ma restano una risorsa nobile e importante. Portiamo alla bella un omaggio floreale, portiamo in omaggio al professore il libro che abbiamo scritto, i musicisti suonano un certo brano in omaggio a un maestro, il comune omaggia il cittadino illustre con un'onoreficenza.

Parola pubblicata il 01 Agosto 2016

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