Avertase
a-ver-tà-se
Significato Varietà: dialetto di Pàvana (Sambuca Pistoiese PT) — Accorgersi
Etimologia dal latino advertĕre, con cambio di coniugazione.
Parola pubblicata il 24 Agosto 2026
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.

Nella produzione musicale di Francesco Guccini il dialetto ha avuto una parte modesta, mentre nella vita intellettuale e nelle sue dichiarazioni pubbliche Guccini ha sempre manifestato un grande interesse, e una certa competenza: è stato addirittura autore, insieme a un gruppo di residenti (il gruppo Nuèter ‘noialtri’, cioè semplicamente ‘noi’), del ‘Dizionario del dialetto di Pavana’, pubblicato nel 1998.
La famiglia di Guccini, molti lo sanno, era appunto originaria di Pavana (pron. /pà-/), in provincia di Pistoia, che è(ra) un luogo dialettologicamente a modo suo leggendario. Per prima cosa, è frazione in un comune montano, Sambuca Pistoiese, che ha al suo interno tre diverse vallate in cui si parlano tre dialetti ben distinti tra loro; seconda cosa, questo comune è in Toscana, amministrativamente, ma è in Emilia dal punto di vista geografico (il torrente di Pavana confluisce, alla fine, nel Po e quindi nell’Adriatico). Terza cosa, il dialetto di Pàvana sfugge alle classificazioni, ed era pochissimo conosciuto. Perché queste cose sono importanti? Perché, se leggete qualunque libro di dialettologia o di storia della lingua italiana, troverete scritto che, in tutta l’Europa neolatina, nessun confine linguistico è così netto come quello disegnato da una linea che va grosso modo da La Spezia a Rimini.
Se un viaggiatore, diciamo nel ’700, avesse viaggiato ininterrottamente da Palermo a Siviglia prendendola larga e passando anche per la Svizzera francese e per Parigi, chiedendo a tutti di parlare il loro dialetto (e non le lingue nazionali o altre lingue non neolatine) lo stacco più netto lo avrebbe sentito passando, per dire, da Firenze a Forlì o da Pistoia a Modena (o tra San Godenzo e Portico di Romagna, se qualche motociclista tra voi conosce la strada del Muraglione); in ogni altra zona, compreso il confine dei Pirenei, avrebbe, certo, sentito progressivamente cambiare il linguaggio tra un paese e l’altro, ma in modo molto meno netto.
Questo studiano gli studenti del primo anno... se non intervenissero Francesco Guccini e il coltissimo studioso di questi dialetti Daniele Vitali, che ha dedicato una vita di studio a questa zona dialettale. Esiste in realtà una fascia strettissima di paesi montani dove c’è una transizione tra toscano (dove tutte le vocali si conservano) ed emiliano (dove cadono quasi tutte, a parte quella che porta l’accento): in questa fascia strettissima c’è Pavana; non sappiamo se Guccini lo sapesse, ma certo avvertiva il fascino di tutto ciò, un fascino nel suo caso forse più antropologico che linguistico: “Io, figlio d'una casalinga e di un impiegato, / cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna / che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, [...] io, sempre un momento fa campagnolo inurbato, [...] ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato / dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà...” (Addio, dall’album Stagioni del 2000).
Eppure, dicevamo, al pavanese ha dedicato una canzone soltanto, e certo non delle più note: “Natale a Pavana” del 2019, nell’album “Note di Viaggio” che è una raccolta di canzoni di vari autori, quasi tutte cover. La trovate abbastanza facilmente in rete, e ne trovate il testo, che, vedrete, è in un dialetto piuttosto comprensibile (nel senso di non troppo distante dall’italiano), con alcune stranezze che scendendo dalla montagna giù verso la pianura diventano sempre più intense fino ad arrivare al bolognese che, se parlato da un nativo, ha una comprensibilità con l’italiano standard intorno al 3%, a esagerare. Guccini racconta del viaggio in treno lungo la vecchia ferrovia porrettana tra la montagna e la città: e si poteva accorgersi (avertase) che si era arrivati a Bologna quando sulla collina si vedeva il santuario della Madonna di San Luca (Lucca, in pavanese, o Lòcca, come dicono a Bologna) come ancora avviene, meno poeticamente, quando si arriva a Bologna in autostrada provenendo da sud, dopo qualche decina di km di eterni cantieri e relative code.
Quello di ‘accorgersi’ è in effetti un concetto che è espresso in maniera molto diversa nei diversi dialetti, e anche in italiano è un verbo dalla storia particolare: è diventato “solo riflessivo”, ma in origine era transitivo (si poteva accorgere qualcun altro, cioè avvertirlo, cioè far vèrtere, cioè ‘voltare la sua attenzione’ in una certa direzione). A Bologna ‘accorgersi’ si dice adèrs, letteralmente ‘ad-darsi’, come ci dice Guccini scherzosamente presentando e traducendo l’altra canzone in dialetto del suo repertorio, una canzone goliardica in bolognese, pubblicata nel 1973 e fatta dal vivo spesso con Andrea Mingardi, La fîra ed San Lâżer (La fiera di San Lazzaro), che, anche questa, vi consiglio di ascoltare.