SignificatoChe cambia, specie colore, a seconda dell’angolo da cui è osservato
Etimologia participio presente di cangiare, prestito dall’antico francese changer, che è dal latino cambiare, di origine celtica.
È innanzitutto una parola deliziosa, ma ci dà anche l’occasione di porci qualche domanda su qualcosa di noto, che con tutta probabilità ci è nuova.
‘Cangiare’ è un verbo di registro letterario, che come forse orecchiamo è preso in prestito da una parola del francese antico, changer. Questo è un derivato del latino cambiare, che è anche proseguito in italiano popolarmente, e tal quale. Certo che però, a pensarci bene, questo cambiare è curioso. Da dove mai salta fuori, e che parenti può mai avere? Non ne ha di evidenti, a dispetto di una certa centralità — la consideriamo una parola di base, e a ragione: pervade la nostra descrizione dei fatti del mondo.
È plausibile e sostenuto che sia una parola di origine celtica, entrata in latino per via gallica. Mostrerebbe una radice protoindoeuropa ricostruita come kemb-, col significato di ‘piegare’ (il cambiare è in effetti un volgere), e curiosamente potrebbe essere parente del canto — non quello che s’intona, quello che si prende nella cantonata. Ma veniamo a noi.
Il cangiante è volatile, superficiale, e meno versatile del cangiare stesso. Si attesta sull’iridescente, sulla luce dei panni, delle ali, dei riflessi, sul cambio di colore. Difficilmente entra nell’intimità delle cose — anche solo dei pensieri cangianti ci parrebbero trasognati, estetizzanti, incapaci di afferrare alcunché. Allo stesso modo sentimenti e situazioni cangianti non sono colti più a fondo della gibigiana di una variazione, di un tremolio cromatico — niente d’incisivo. Insomma, la vocazione epidermica e puramente estetica del cangiante è da abbracciare.
Posso parlare dei riflessi cangianti dell’ala del corvo o del pelo del cane — nel nero lucido ecco vibrare il verde, ecco scintillare il viola; degli occhi cangianti in cui mi perdo; di come, sulle scaffalature illuminate da neon piatti, pezzi zincati rendano colori allegri e cangianti; del tessuto dell’abito lungo che, ora al sole ora in penombra, si rivela cangiante e magnetico.
Proprio la sua inessenzialità, sposata con una profonda vaghezza, lo rendono un aggettivo delicato, per discorsi sottili, determinati a cogliere la realtà nei suoi fili: parla direttamente e solo del modo in cui qualcosa cambia non tanto sotto al nostro sguardo, ma al trascorrere del nostro sguardo, del suo angolo. L’iridescente dice pane al pane, e abbracciando la ricchezza dei colori dell’iride è una qualità più propria; il versicolore, perfino più letterario, può essere cangiante ma insiste su colori che sono realmente molti e differenti; il cangiante lo cangiamo proprio noi, osservando, indagando, ammirando il mondo.
È innanzitutto una parola deliziosa, ma ci dà anche l’occasione di porci qualche domanda su qualcosa di noto, che con tutta probabilità ci è nuova.
‘Cangiare’ è un verbo di registro letterario, che come forse orecchiamo è preso in prestito da una parola del francese antico, changer. Questo è un derivato del latino cambiare, che è anche proseguito in italiano popolarmente, e tal quale. Certo che però, a pensarci bene, questo cambiare è curioso. Da dove mai salta fuori, e che parenti può mai avere? Non ne ha di evidenti, a dispetto di una certa centralità — la consideriamo una parola di base, e a ragione: pervade la nostra descrizione dei fatti del mondo.
È plausibile e sostenuto che sia una parola di origine celtica, entrata in latino per via gallica. Mostrerebbe una radice protoindoeuropa ricostruita come kemb-, col significato di ‘piegare’ (il cambiare è in effetti un volgere), e curiosamente potrebbe essere parente del canto — non quello che s’intona, quello che si prende nella cantonata. Ma veniamo a noi.
Il cangiante è volatile, superficiale, e meno versatile del cangiare stesso. Si attesta sull’iridescente, sulla luce dei panni, delle ali, dei riflessi, sul cambio di colore. Difficilmente entra nell’intimità delle cose — anche solo dei pensieri cangianti ci parrebbero trasognati, estetizzanti, incapaci di afferrare alcunché. Allo stesso modo sentimenti e situazioni cangianti non sono colti più a fondo della gibigiana di una variazione, di un tremolio cromatico — niente d’incisivo. Insomma, la vocazione epidermica e puramente estetica del cangiante è da abbracciare.
Posso parlare dei riflessi cangianti dell’ala del corvo o del pelo del cane — nel nero lucido ecco vibrare il verde, ecco scintillare il viola; degli occhi cangianti in cui mi perdo; di come, sulle scaffalature illuminate da neon piatti, pezzi zincati rendano colori allegri e cangianti; del tessuto dell’abito lungo che, ora al sole ora in penombra, si rivela cangiante e magnetico.
Proprio la sua inessenzialità, sposata con una profonda vaghezza, lo rendono un aggettivo delicato, per discorsi sottili, determinati a cogliere la realtà nei suoi fili: parla direttamente e solo del modo in cui qualcosa cambia non tanto sotto al nostro sguardo, ma al trascorrere del nostro sguardo, del suo angolo. L’iridescente dice pane al pane, e abbracciando la ricchezza dei colori dell’iride è una qualità più propria; il versicolore, perfino più letterario, può essere cangiante ma insiste su colori che sono realmente molti e differenti; il cangiante lo cangiamo proprio noi, osservando, indagando, ammirando il mondo.