Chëmbarë
chëm-bà-rë
Significato Varietà: dialetto ascolano — Compare, cioè padrino di battesimo o di cresima del proprio figlio; poi, semplicemente ‘compaesano’, ‘amico’
Etimologia dal latino ecclesiastico compătre(m) ‘padrino’, derivato di păter ‘padre’ col prefisso co(n)-.
Parola pubblicata il 27 Luglio 2026
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.

Nei film pieni di italo-americani, o in serie TV non sempre filologicamente perfette, quante volte abbiamo sentito cumpà’, cumbà’ usato con una certa aria di complicità tra uomini, o, a volte, di finta e minacciosa amicizia. Vediamo di fare un po’ d’ordine qui.
Innanzitutto questa forma troncata: in un’ampia zona del meridione, e in tutta la Sardegna, sopravvive un vero e proprio vocativo (troncamento allocutivo), spesso trasferito nell’italiano regionale, che impone di troncare la parola all’ultima vocale accentata quando si usa quel nome (o quel ruolo) per rivolgersi a qualcuno. Se si chiama Michele bisogna dire Michè, ma non si può dire, parlandone con altri, "ho visto Michè". Tutti i nomi propri sono allocutivi, ma, curiosamente, solo alcuni nomi di relazione lo sono, con una forte variabilità culturale. Si può dire avvocà’, dottó’, pà’, mà’, ma non si può dire, o è assai meno normale farlo, parulà’ rivolgendosi all’ortolano (parulano, in napoletano) o cugnà’ rivolgendosi al marito della propria sorella. Per esempio, questo non avviene in cinese, dove invece tutti i termini di parentela sono allocutivi (e tipicamente tra fratelli non ci si chiama per nome, come da noi si fa con padre e madre, ma con termini specifici diversi se ci si rivolge a una sorella più grande o a una più piccola) e anche tutti i nomi di mestiere, e non solo, come da noi, quelli di alto livello professionale. Compare, nelle sue varie forme (cumpère, cumbarë, o come la parola di oggi, ascolana, in cui tutte le vocali senza accento si riducono alla schwa, che scriviamo ë), è usato allocutivamente per eccellenza, ed è trattato come nome relazionale, non di parentela di sangue ma, come si dice, di parentela rituale.
Le culture tradizionali distinguono chiaramente il rapporto orizzontale (tra adulti) dal rapporto verticale (tra adulti e bambini). È mio compare (lat. cum-pater = "padre insieme") chi ha tenuto a battesimo mio figlio, cioè è il padrino, o il santolo, o il non di mio figlio. O, simmetricamente, è mio compare il padre del bambino di cui io sono il padrino di battesimo o di cresima. Molti vocabolari, anche prestigiosi, confondono le relazioni di comparaggio e di padrinaggio, perché nell’italiano moderno (o meglio: nella cultura italiana moderna) questo sistema si è completamente sfaldato.
Era invece fondamentale il fatto che il compare venisse scelto dal padre del bambino, e che il prescelto dovesse accettare. Il legame di comparaggio era un legame volontario, e quindi estremamente vincolante: poteva essere tra pari, in un rapporto di mutuo soccorso, o gerarchicamente orientato; non di rado una persona del popolo chiedeva di tenere a battesimo il proprio figlio, ad esempio, al notabile del paese instaurando un vero e proprio rapporto di protezione: ancora oggi in Sardegna mi è capitato di sentir dire, da persone relativamente giovani ‘lui mi è compare’, con un senso di rispetto e deferenza che nelle nostre società urbane moderne si è del tutto perso.
Anzi, è avvenuto un processo di slittamento semantico: finito il sistema sociale e la rete di parentela rituale, con la rivoluzione antropologica degli ultimi 80 anni, resta la percezione che tra compari ci si aiuta, in ogni situazione; che tra compari c’è confidenza, c’è al limite un rapporto di protezione... facile sconfinare dalla complicità affettiva, quella che c’è tra amici, alla percezione di una complicità nelle malefatte, alla sensazione che la protezione o l'alleanza siano illecite. Ecco che ormai in italiano compare vuol sostanzialmente dire ‘complice in un delitto’, e addirittura il reato di comparaggio, previsto dal codice penale, è quello che lega il medico che prescrive farmaci inutili o costosi al farmacista che ci lucra sopra. Simmetricamente, la comare non è più la "madre del mio bambino insieme a me" ma la compagna di spettegolamenti e maldicenze.
E per chiudere il cerchio, in serie come i Sopranos, ci si rivolge con cumbà’ ormai a qualunque compaesano (come con paisà', in una sorta di comunanza etnica), o all’associato mafioso, con uno scolorimento che è del tutto paragonabile al dottó' con cui si viene apostrofati dagli addetti alla disposizione delle auto in quei giganteschi parcheggi vicino all’aeroporto di Fiumicino dove, sotto un sole cocente, si lascia la macchina nella polvere partendo per qualche esotica meta.