Eclissi

e-clìs-si

Significato Oscuramento totale o parziale di un astro dovuto all’interposizione di un altro corpo celeste; per estensione e in senso figurato, temporaneo offuscamento, scomparsa, perdita di notorietà o prestigio. In zoologia, piumaggio d’eclissi, livrea meno vistosa assunta dai maschi di alcuni uccelli dopo il periodo riproduttivo

Etimologia voce dotta recuperata dal latino eclīpsis, prestito dal greco ékleipsis ‘eclissi’, propriamente ‘scomparsa, venir meno’, derivato di ekleípō ‘venir meno, cessare’, composto di ek- ‘fuori da’ e leípō ‘lasciare, mancare’.

A meno che la settimana scorsa non abbiate subìto un'eclissi informativa, difficilmente questa parola vi sarà passata inosservata. Per giorni abbiamo letto dell'eclissi solare del 12 agosto, di dove osservarla, a quale ora, con quali occhiali e da quale latitudine; sicché, dopo tanto scrutare il cielo aspettando che il Sole scomparisse, possiamo permetterci di abbassare lo sguardo e osservare, per una volta, la parola, che riserva subito una sorpresa.

Benché eclissi evochi istintivamente il buio, l'ombra, il disco nero che divora quello luminoso, nella sua etimologia non c'è nulla che significhi propriamente «oscurare». Il greco ékleipsis indicava una «scomparsa», un «venir meno», ed era derivato da ekleípō, formato con ek- «fuori da» e leípō «lasciare, mancare». Per gli antichi, dunque, durante un'eclissi il Sole non diventava semplicemente scuro, ma mancava.

Noi sappiamo che non manca affatto, naturalmente; quando si verifica un'eclissi solare, la Luna si interpone fra la Terra e il Sole e ne nasconde, in tutto o in parte, il disco; in quella lunare, invece, è la Luna a entrare nell'ombra proiettata dalla Terra. Possiamo calcolare questi allineamenti con tale precisione da organizzare viaggi anni prima per assistervi, ma la parola conserva una percezione ben più antica e inquieta del fenomeno: qualcosa che dovrebbe occupare il proprio posto nel cielo improvvisamente viene meno. Non stupisce che civiltà lontanissime vi abbiano letto presagi e minacce, immaginando non di rado che qualche essere mostruoso stesse letteralmente divorando il Sole: un drago nell'antica Cina, per esempio, o il serpente Kukulkán presso i Maya.

La parola arriva in italiano già nel Duecento, ma con l'irrequietezza tipica dei prestiti dotti che la lingua non sa ancora bene come maneggiare. Come ricostruisce Giuseppe Patota in una consulenza per l'Accademia della Crusca, il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini ne documenta una sorprendente proliferazione di forme: ecclipsi, ecclissi, eclipsi, eclisse, eclissi, eclypsi e perfino ecrissi. Oscilla l'uscita, oscilla la grafia e oscilla addirittura il genere, tanto che Boccaccio adopera la parola al maschile nelle Rime e al femminile nel Filocolo e nelle Esposizioni sopra la Commedia. Di questa antica baraonda è rimasta oggi soprattutto la coppia eclissi/eclisse: entrambe corrette, benché la prima, femminile e invariabile, sia ormai nettamente prevalente.

La lingua, tuttavia, ha intuito assai presto che non servivano le masse siderali di Sole e Luna perché si verificasse un'eclissi. Se il nucleo della parola non è l'oscurità ma il venir meno, la metafora era troppo fertile per lasciarla agli astronomi. Conosciamo così l'eclissi di un artista un tempo acclamato, l'eclissi d'una potenza egemone, l'eclissi della ragione o d'un sentimento che si reputava granitico, o addirittura di una teoria scientifica che rimane eclissata per decenni e poi conosce nuova fortuna. In ciascuna di queste occorrenze, l'oggetto smette temporaneamente di occupare la posizione che gli pertiene, perdendo visibilità o vigore, senza che ciò ne implichi la definitiva estinzione.

Una delle più raffinate esplorazioni artistiche di questo significato figurato è già nel titolo de L'eclisse, il film di Michelangelo Antonioni del 1962, dove a eclissarsi sono i rapporti, le certezze, forse la possibilità stessa dell'incontro. Nel celebre finale, Vittoria (Monica Vitti) e Piero (Alain Delon), che si erano dati appuntamento, non arrivano; la macchina da presa continua invece a mostrarci i luoghi che avevano attraversato, gli oggetti, i passanti, gli angoli della città, come se il mondo proseguisse tranquillamente dopo la loro sottrazione.

Da qui il passaggio al verbo riflessivo eclissarsi è quasi obbligato: chi si eclissa non si limita ad andarsene ma sparisce con una certa opportunità, spesso proprio quando restare comincerebbe a risultare scomodo. Ci si eclissa da una festa che langue, all'arrivo di una persona che preferiremmo evitare, quando si intravede all'orizzonte la richiesta di dare una mano a sparecchiare. Sparire registra il fatto; eclissarsi vi aggiunge una piccola arte della sottrazione, talvolta prudente, talvolta sfacciatamente comoda.

Ancora più sorprendente è il luogo in cui la parola è atterrata in zoologia. I maschi di alcuni uccelli, soprattutto anatidi, dopo la stagione degli amori sostituiscono temporaneamente la vistosa livrea nuziale con un piumaggio più dimesso, spesso simile a quello delle femmine: è il cosiddetto piumaggio d'eclissi, nel quale a venir meno è proprio ciò che prima lo rendeva immediatamente riconoscibile, il fasto cromatico con cui si esponeva allo sguardo.

E così, dopo una settimana in cui abbiamo parlato tanto dell'eclissi del Sole, forse la parola può finalmente eclissarsi dalle prime pagine e tornare alla vita quotidiana. Usiamola per quelle persone, idee, fortune e facoltà che smettono per qualche tempo di mostrarsi senza per questo essere perdute: perché nel cielo come nella lingua, fortunatamente, non tutto ciò che scompare è davvero finito.

Parola pubblicata il 20 Agosto 2026