Lapo
là-po
Significato Varietà linguistica: dialetto marchigiano centrale (loc. Montecarotto) — Ape, insetto della specie Apis mellifera
Etimologia dal latino apis, con agglutinazione dell’articolo e cambio di genere.
Parola pubblicata il 15 Giugno 2026
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.

I casi in cui i le lingue rianalizzano, e verrebbe da dire in modo erroneo (ma quello che è all’inizio un ‘errore’ poi, lo sappiamo, a volte diventa norma[le]), il confine tra nome e articolo, attaccando un pezzo di articolo al nome, o al contrario staccando il pezzo iniziale del nome per attaccarlo all’articolo, sono molto frequenti, e quando non passano alla lingua standard ci fanno anche un po’ ridere.
Nella parola di oggi, a Montecarotto come in diversi altri luoghi delle Marche, da l’ape si dev’essere passati a l’apo, maschile (la terminazione in -e, rende meno sicura l’attribuzione del genere, e poi le api sono sempre tante, e quindi da api, plurale, è più facile ricostruire un apo) e da qui a il lapo, col plurale i lapi, come nella nostra frase di oggi.
Ma non succede mica solo a Montecarotto o a Jesi in provincia d’Ancona: nello standardissimo italiano, da un proto-romanzo del tipo l’aranea si sarà avuto l’aragna e poi la ragna e infine il ragno, anche qui con cambio di genere; o l’irondine (maschile) > l’arondine (non sappiamo se m. o f.) e infine la rondine, ovviamente femminile. Ancora con la nostra Apis mellifera dalla forma diminutiva apĭcŭla s'è avuta l’apecchia e da qui la pecchia: oggi quasi nessuno dice pecchia per dire ‘ape’, ma c’è chi sostiene che la fermata della metropolitana di Milano “Cassina de’ Pecchi” non sia altro che la “cascina delle api”, passate al maschile: è una scusa per ricordare il linguista, e caro amico, Gabriele Iannàccaro, che lo sosteneva, anche se non sono tanto sicuro che sia vero.
Un bravo linguista registra, descrive, prova a spiegare, e non ridacchia: confesso però di aver sorriso quando a Firenze ho sentito il lamo (=l’amo), il landrone, o a Pisa l’aradino (=la radiolina). La trafila sarà stata la radio > l’aradio, a questo punto ovviamente maschile, e quindi l’aradino, aggeggio che oggi non usa più nessuno ma che un tempo la domenica gracchiava nelle orecchie di tanta gente per sentire Tutto il Calcio Minuto per Minuto. E ci sono davvero tantissimi altri casi, più frequenti nei dialetti orali che nella lingua standard, per l’ovvio motivo che la lingua scritta tende a frenare questo tipo d’evoluzione.
Due insetti, l’ape e il baco da seta, sono addomesticati da secoli e sono stati importanti fonti di reddito per la famiglia contadina tradizionale. Questo porta ricchissima terminologia e grande differenziazione dialettale. E in più apis è parola breve, e le trasformazioni fonetiche possono renderla irriconoscibile. Consultando la carta 1152 dell’AIS, si va da é in Val Marebbe, a au a Moena, ad abelho nel Piemonte occidentale, fino alla lapa (in realtà forma frequentissima, da nord a sud, in questa forma regolarmente femminile), poi troviamo pecchia, fino a zone dove invece c’è il tipo ‘vespa’, che è un altro insetto, simile perché imenottero anch'esso, ma con un rapporto ben diverso con l’uomo, e il cui nome è stato a volte preso al posto di quello dell’apis.
L’indagine dialettologica, oltre che divertente, e occasione di incontri umani di valore inestimabile, ha le sue difficoltà. Invito i lettori a provare, magari coi loro parenti anziani che ancora parlano bene il dialetto, a verificare quanto può essere difficile chiedere 'come si dice', se non si mettono le persone in grado di parlare liberamente. La domanda puramente linguistica è estremamente innaturale, perché le persone sono orientate a rispondere sul significato di quello che gli si chiede, e non sul significante, cioè la parola. Nei giorni scorsi, io e Michele Loporcaro, facendo l’indagine a Montecarotto da cui ho preso la parola di oggi, interessati a capire come funziona il prefisso re- (come in “ri-fare”, “ri-dire”) nel dialetto locale, abbiamo ingenuamente chiesto, visto che eravamo nella zona ‘apicoltura’ del questionario AIS, "come si dice l’ape mi ha ri-punto"? Risposta sacrosanta, però in perfetto italiano: “l’ape non ripunge mai, dopo la puntura muore, è la vespa che ripunge”. E noi, con le nostre aferesi, risegmentazioni, centralizzazioni vocaliche in posizione pretonica non abbiamo potuto far altro che rispondere “avete ragione”.