SignificatoRispetto ai propri meriti e alle proprie qualità, consapevolezza legittima o valutazione eccessiva
Etimologia attraverso il provenzale orgolh, dalla voce del germanico occidentale ricostruita come urgoli ‘fierezza’.
È una parola problematica. O meglio, è proprio il concetto che evidentemente risulta problematico. Lo notiamo bene dal fatto che ‘orgoglio’ ha un tratto da enantiosemia — ora è un sentimento misurato e legittimo, ora è un sentimento esagerato e abusivo, senza soluzione di continuità nell'uso. (È sempre splendido come questo non ci crei il minimo problema.)
Ora, guardando indietro possiamo dire che è la misura positiva dell'orgoglio ad essere il problema: si concepisce facilmente l'eccesso, non l'equilibrio. Il latino, ad esempio, non ha parole per dirlo. O meglio, quelle che lo significano hanno anche l'accezione di eccesso — per cui flatus e superbia sono invariabilmente troppo, ma anche spiritus (che pure ci sembrerebbe magnanimo ed estroso) pattina verso il tracotante e l'arrogante. Date queste premesse, l'orgoglio è stato cotto in un forno particolare.
Non è una parola popolare: come ormai abbiamo imparato, quando vediamo che una parola deriva dal provenzale (o occitano, dicevamo), significa che è stata mutuata da una delle più straordinarie letterature della pancia del medioevo — quella in lingua d'oc. Ma non mancavano nemmeno omologhi in francese antico. Veleggiando in alto (attagliandosi a possiamo immaginare quali profili — è un termine ricorrente fin dalla Chanson de Roland) l'orgoglio ci arriva nella sua genetica ambivalenza. Da un lato l'orgoglio è ciò che ci fa credere superiori agli altri, dall'altro è ciò che ci dissuade dal compiere atti indegni. Da un lato è ciò che ci fa trattare con sprezzo, con fatua violenza, dall'altro è il sentimento della propria nobiltà.
La lingua ci suggerisce che manifestazioni tanto diverse siano manifestazioni della stessa cosa — e però è difficile, coi sentimenti, affermare che cambino manifestazione con la mera quantità. Quanto orgoglio è buono? La domanda ha poco senso. Verrebbe da pensare che esistano generi differenti di orgoglio, ma la lingua tende, appunto, a tenerli insieme, il gagliardo col biasimevole.
Forse il discrimine resta fuori dalla parola perché è un discrimine teleologico — sta nel fine dell'orgoglio, nella sua posizione ideale. Talvolta si prova a intercidere questo Dr. Jekyll separando la schietta positività nell'amor proprio, che però è... poco ambizioso: l'amor proprio è più conservativo che assertivo, ha davvero l'aspetto di un requisito minimo, e difatti tende ad essere tirato in ballo quando se ne osserva l'ultima negazione — quando qualcuno non mostra 'un briciolo di amor proprio'. Se invece sono attizzato a mostrare un po' di orgoglio, l'energia che si cerca di smuovere è maggiore, più affermativa.
L'orgoglio può essere una corazza che concepisce la propria traboccante esaltazione tramite l'oppressione e l'umiliazione altrui, e può essere la concezione del proprio valore, di ciò che si può essere chiamati a rispettare in noi. Sarebbe uno di quei casi in cui vorremmo che l'etimologia ci offrisse saggezza e chiarezza: ma per l'origine germanica le fonti convergono su un concetto di fierezza — che ci aiuta pochissimo, dato che il fiero è risoluto e il fiero è feroce.
Ci toccherà sostare nell'ambivalenza dell'orgoglio; e dopotutto non è male conservare sempre il rischio dell'abuso e l'opportunità dell'asserzione — tener presente come l'orgoglio che sento per quel che faccio, per chi ho intorno o per chi sono possa tralignare, o possa riallinearsi.
È una parola problematica. O meglio, è proprio il concetto che evidentemente risulta problematico. Lo notiamo bene dal fatto che ‘orgoglio’ ha un tratto da enantiosemia — ora è un sentimento misurato e legittimo, ora è un sentimento esagerato e abusivo, senza soluzione di continuità nell'uso. (È sempre splendido come questo non ci crei il minimo problema.)
Ora, guardando indietro possiamo dire che è la misura positiva dell'orgoglio ad essere il problema: si concepisce facilmente l'eccesso, non l'equilibrio. Il latino, ad esempio, non ha parole per dirlo. O meglio, quelle che lo significano hanno anche l'accezione di eccesso — per cui flatus e superbia sono invariabilmente troppo, ma anche spiritus (che pure ci sembrerebbe magnanimo ed estroso) pattina verso il tracotante e l'arrogante.
Date queste premesse, l'orgoglio è stato cotto in un forno particolare.
Non è una parola popolare: come ormai abbiamo imparato, quando vediamo che una parola deriva dal provenzale (o occitano, dicevamo), significa che è stata mutuata da una delle più straordinarie letterature della pancia del medioevo — quella in lingua d'oc. Ma non mancavano nemmeno omologhi in francese antico. Veleggiando in alto (attagliandosi a possiamo immaginare quali profili — è un termine ricorrente fin dalla Chanson de Roland) l'orgoglio ci arriva nella sua genetica ambivalenza.
Da un lato l'orgoglio è ciò che ci fa credere superiori agli altri, dall'altro è ciò che ci dissuade dal compiere atti indegni. Da un lato è ciò che ci fa trattare con sprezzo, con fatua violenza, dall'altro è il sentimento della propria nobiltà.
La lingua ci suggerisce che manifestazioni tanto diverse siano manifestazioni della stessa cosa — e però è difficile, coi sentimenti, affermare che cambino manifestazione con la mera quantità. Quanto orgoglio è buono? La domanda ha poco senso. Verrebbe da pensare che esistano generi differenti di orgoglio, ma la lingua tende, appunto, a tenerli insieme, il gagliardo col biasimevole.
Forse il discrimine resta fuori dalla parola perché è un discrimine teleologico — sta nel fine dell'orgoglio, nella sua posizione ideale. Talvolta si prova a intercidere questo Dr. Jekyll separando la schietta positività nell'amor proprio, che però è... poco ambizioso: l'amor proprio è più conservativo che assertivo, ha davvero l'aspetto di un requisito minimo, e difatti tende ad essere tirato in ballo quando se ne osserva l'ultima negazione — quando qualcuno non mostra 'un briciolo di amor proprio'. Se invece sono attizzato a mostrare un po' di orgoglio, l'energia che si cerca di smuovere è maggiore, più affermativa.
L'orgoglio può essere una corazza che concepisce la propria traboccante esaltazione tramite l'oppressione e l'umiliazione altrui, e può essere la concezione del proprio valore, di ciò che si può essere chiamati a rispettare in noi.
Sarebbe uno di quei casi in cui vorremmo che l'etimologia ci offrisse saggezza e chiarezza: ma per l'origine germanica le fonti convergono su un concetto di fierezza — che ci aiuta pochissimo, dato che il fiero è risoluto e il fiero è feroce.
Ci toccherà sostare nell'ambivalenza dell'orgoglio; e dopotutto non è male conservare sempre il rischio dell'abuso e l'opportunità dell'asserzione — tener presente come l'orgoglio che sento per quel che faccio, per chi ho intorno o per chi sono possa tralignare, o possa riallinearsi.