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Attitudine

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at-ti-tù-di-ne

SignInclinazione innata a compiere una certa attività

dal latino aptitudo, da aptus 'connesso, adatto', dal verbo àpere 'attaccare, legare'.

Tra i tanti falsi amici di cui è irto il nostro rapporto con l’inglese, la coppia formata da attitude e attitudine è tra le più insidiose. Non tanto per la somiglianza delle parole, che accomuna tutti i falsi amici per definizione, ma perché tra attitudine e atteggiamento (che traduce correttamente l’inglese attitude) vi è un legame stretto, da districare con cura. Entrambi derivano abbastanza chiaramente da atto, ma non dallo stesso — anzi, uno dei due in realtà non è un atto. Partiamo da quello che lo è.

In latino, actus era il participio passato di àgere, letteralmente “spingere, portare avanti qualcosa”, e quindi agire, fare. L’atto, dunque, è azione in quanto “cosa fatta”. Da questo tronco sono germogliate nuove parole, fra cui le più interessanti sono senz'altro atteggiare e atteggiamento. Mentre attuare è piatto nella desinenza e nel senso — mero “mettere in atto” —, atteggiare implica una volontà consapevole di disporre le cose in un certo modo: se atteggio il mio viso a stupore non sono semplicemente stupito, voglio mostrare di esserlo; e se mi atteggio a vittima, so di recitare una parte. Come sostantivo, invece, l’atteggiamento non è necessariamente posa, ostentazione; può essere un genuino modo di porsi, ma sempre concreto: un comportamento. Se dico che non mi piace il tuo atteggiamento (in inglese I don’t like your attitude) è perché ho già colto da parte tua degli atti, magari minimi ma tangibili, che giudico riprovevoli. Ecco perché non posso tradurre attitude con attitudine.

L’atto da cui invece deriva l’attitudine è il latino aptus, anch’esso participio passato di un verbo, àpere, che significava “attaccare, legare, connettere”: neppure lontano parente di quello che ha generato l’atteggiamento, nonostante li differenzi una sola lettera (peraltro conservata nell'inglese aptitude, lui sì equivalente all'italiano attitudine). Dall'originario valore di “legato, connesso”, aptus assunse poi la sfumatura positiva di “ben attaccato, ben connesso”, quindi idoneo, adeguato, appropriato, e più tardi, con l’aggiunta del prefisso ad-, diede origine al nostro adatto, con identico significato. Ai tempi della leva obbligatoria, previa visita medica si veniva dichiarati atti alle armi, cioè idonei a combattere. Avere attitudine alla vita militare, però, non implica il farla e neppure il volerla fare, così come superare brillantemente un test attitudinale non garantisce di diventare grandi musicisti. L’attitudine, in quanto inclinazione, predisposizione, è pura potenzialità, che non necessariamente si trasformerà in atto — ma potrebbe, mentre se si è in-apti, inepti, cioè inetti, non c’è proprio speranza.

Il fatto che in italiano actus e aptus siano, mescolando un po’ le carte, diventati entrambi atto ci porta dritti all'ultimo nodo da districare: attitudine significa anche “postura, atteggiamento corporeo”. Ma a parte quest’accezione, poco comune, concettualmente la distinzione è chiara: l’attitudine è un comportamento potenziale, mentre l’atteggiamento è un comportamento attuale, ovvero in atto, reale. Ma in italiano, attuale non significa “odierno, presente”? Fuori dal linguaggio filosofico sì, certo. Gli anglofoni, invece, anche qui sono rimasti fedeli al senso originario del termine, dato che actual significa “reale, effettivo”. Ci risiamo, l’ennesimo falso amico... Che anche stavolta non ci delude, offrendoci altro cibo per il pensiero: solo ciò che è in atto, infatti, esiste nel momento presente, giacché ciò che è in potenza non esiste ancora e ciò che ha smesso di agire non esiste più.

Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due osserveremo una strana coppia: una parola italiana e una sua sorella che in inglese, francese, spagnolo o tedesco prende tutta un'altra piega.

Parola pubblicata il 27 Agosto 2019

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