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Bahuvrīhi

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ba-hu-vrì-hi

SignIn linguistica, composto che denota un referente specificando una certa caratteristica o qualità che il referente possiede

dal sanscrito बहुव्रीहि (bahuvrīhi), 'che possiede molto riso', quindi 'ricco'.

Ecco, ci risiamo. Si parla di parole comuni, tipo riso, zucchero, lillà... e poi spunta la linguistica a complicare le cose. Abbiamo già affrontato la questione della composizione in sanscrito quando abbiamo scoperto la parola dvandva (che indica i composti copulativi, come “cassapanca”, che è una cassa ed è anche una panca): tirando in ballo un po’ di numeri, in sanscrito i composti sono il 22% delle forme linguistiche attestate, contro il 6.1% del greco e il 2.5% del latino (lingua decisamente avversa alla composizione). Si è anche già detto come vi fossero numerosi tipi di composti: uno di questi era il बहुव्रीहि (bahuvrīhi) – o meglio, al presente e non all’imperfetto, quindi è il bahuvrīhi. Lo è ancora perché, anche in questo caso, la linguistica moderna ha preso in prestito questo termine, prelevato dalla grammatica sanscrita, per definire un determinato tipo di composti. Parola certamente non comune, che pochi hanno il piacere di incontrare – eppure c’è, e ha un suo perché, quindi parliamone!

Ma bando alle ciance: cosa è questo bahuvrīhi? È esso stesso un composto: बहु (bahu), “molto, grande”, e व्रीहि (vrīhi), “riso”. Molto riso, quindi? Grande riso? No. Il bahuvrīhi, infatti, è un composto esocentrico, vale a dire senza la testa (fa quindi riferimento a qualcosa di esterno ai membri del composto), e denota qualcuno o qualcosa che possiede ciò che espresso nel secondo membro del composto caratterizzato a sua volta dal primo membro. Tante parole per un concetto semplice: bahuvrīhi non è tanto riso, ma chi possiede riso caratterizzato dall’essere tanto – quindi, una persona ricca. Altro esempio in sanscrito è चित्रगु (citragu): composto da चित्र (citra), “brillante, variopinto”, e da गु (gu), “mucca”, non indica né un qualcosa di variopinto, né una mucca, ma denota chi possiede le vacche variopinte.

Per provare a rendere la questione un pochino più chiara possiamo spostarci nell’italiano. Se dico “purosangue”, i fan di Harry Potter penseranno a quei maghi nelle cui vene scorre solo sangue magico, tanti altri penseranno a a un cavallo di razza, ma probabilmente nessuno penserà, nello specifico, a del sangue o al concetto astratto della purezza: purosangue è qualcuno o qualcosa che è denotato dal secondo membro del composto, a sua volta caratterizzato dal primo membro. Altro esempio è la locuzione erroneamente attribuita ai Nativi Americani (e sottolineo erroneamente, visto che nasce con i Blood and Thunders (“sangue e tuoni”), racconti d’azione ambientati nel far West, e non ha riscontro nelle lingue dei Nativi Americani) in riferimento all’uomo bianco: paleface, viso pallido. Quando si pensa a questo composto non si fa riferimento nello specifico al viso, ma a tutta la persona.

Alla fine di tutto, la linguistica, anche se tira fuori questi paroloni dal cappello, ci piace: in che altro modo avremmo potuto chiacchierare, nello stesso discorso, di riso, vacche variopinte e Nativi Americani?

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 31 Maggio 2019

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