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Statista

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sta-tì-sta

SignPersona di Stato, che governa uno Stato; chi, con grandi doti ed esperienza, ha un ruolo di primo rilievo nella vita di uno Stato

derivato di Stato, che è dal latino status.

Appellativo ambito quanto scivoloso, quello di statista. Da una parte, quale politico non vorrebbe fregiarsene? Dall’altra, a chi può essere attribuito, nella storia d’Italia, senza scatenare diatribe più o meno roventi? Forse, unanimemente, solo a Cavour. Eppure, di per sé la parola statista significa semplicemente “uomo/donna di Stato”, come appare chiaro dai suoi equivalenti in altre lingue (statesman/stateswoman in inglese, homme/femme d’état in francese). Potrebbe definirsi tale, quindi, chiunque ricopra un ruolo politico di primo piano. In realtà, nell’uso la faccenda è più complessa: dallo statista ci si aspetta non solo capacità ed esperienza ma anche abnegazione nel servire lo Stato, anteponendo sempre l’utile pubblico a quello personale e partitico. E ciò, si capisce, non è cosa da tutti – specialmente in Italia, dirà a questo punto, amaramente, qualcuno.

Ma evitando l’ozioso ginepraio dei confronti tra politici nostrani e stranieri, e limitandoci a rilevare che una qualità precipua dello statista è l’esperienza, come ignorare che Angela Merkel, nei suoi tredici anni da cancelliera, ha visto avvicendarsi ben sette presidenti del Consiglio italiani? Senz’altro nessun tedesco, neanche tra i suoi peggiori detrattori, potrebbe mai definirla Statistin. Semmai Staatsfrau, che è esattamente il contrario. In tedesco, infatti, in senso lato lo Statist è una figura di secondo piano, senza importanza; in senso stretto, è ciò che in italiano si chiama comparsa o figurante: un attore che, in un film o a teatro, appare brevemente, di solito senza dir nulla. Somiglianza casuale, quindi? Per niente.

In effetti, a livello etimologico lo Stato e lo statista si rivelano umili e dimessi anzichenò: Stato, infatti, viene dal latino status, che a sua volta deriva da stare (cioè, appunto, stare, star fermo, non muoversi). Lo status, quindi, non è altro che la situazione, la posizione, la condizione. Questi significati accomunano tutti gli usi della parola, sia quando è usata nella forma latina (status sociale, status quo) sia quando è italianizzata (stato d’animo, stato delle cose, stato di famiglia). E lo Stato nel senso più alto, quello con la maiuscola? Anch’esso, l’entità politica costituita da una comunità insediata entro certi confini, etimologicamente non sarebbe altro che questo, un semplice stare? Ebbene sì: è la situazione, appunto, delle relazioni che costituiscono la società, lo stato dei rapporti tra i suoi membri che si concretizza in determinate istituzioni, regolamenti, leggi.

E lo Statist tedesco, la comparsa? Beh, si capisce: la sua caratteristica è di stare lì, semplicemente, sullo sfondo, senza far niente di particolare. Non è detto che sia sempre statico, però: se partecipa a scene di movimento, dovrà fare almeno un po’ di moto. Lo Staatsmann tedesco e lo statista italiano, invece, si muovono assai poco, e non solo perché non hanno tanto tempo di fare sport: è che lo Stato è immobile per definizione. Non per nulla è etimologicamente parente della statua (che poi sarebbe lo stato cui ogni statista aspira post mortem). L’unica possibilità che uno Stato ha di muoversi è che si muovano coloro che gli danno vita: milioni di Statisten che devono farsi Protagonisten.

Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due osserveremo una strana coppia: una parola italiana e una sua sorella che in inglese, francese, spagnolo o tedesco prende tutta un'altra piega.

Parola pubblicata il 09 Aprile 2019

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