Caro

cà-ro

Amato; costoso

dal latino: carus amato, costoso.

È una radice molto antica, che intreccia i significati del valore, del prezioso nei sensi dell'amore e del costoso - anima ambigua, sbilanciata ora sul sentimento ora sul venale. Inoltre è tessuta insieme alla carestia (parola prima di origine greca: [acharistìa] ingratitudine, specie della terra, poi contaminata dalla latina [caritas] amore, alto costo) - momento di penuria in cui la valutazione del prezioso viene stravolta, in cui ciò che è importante veramente viene a galla.

Forse questa nostra parola, nella distanza fra i suoi sensi, è cifra di un mondo, assurdo ed equilibrato, in cui ciò che più si ha davvero di caro non è caro (quanto costa il mare, la primavera, l'amore?), e ciò che si possiede che è caro non avrebbe ragione di esserci caro (il metallo di un'auto, le placche elettriche dei computer, le targhe di una borsa?): quando vuoi sentirti ricco, conta ciò che hai che non si può comprare col denaro, no? Ma questo equilibrio assurdo è davvero equilibrato, ed entrambe le parti del "caro" hanno in sé parte dell'altra (come il Taijitu taoista): l'amore di un cane non costa, ma curarlo sì, eccome; un tappeto di Kashan tessuto di bianco e d'azzurro costa l'iradiddio in lavoro e denaro, e il potere rasserenante della sua tenue perfetta bellezza può bene esserci caro.

Saggezza delle parole.

Parola pubblicata il 08 Maggio 2012

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