Kung fu

Parole cinesi

kung fu

Significato Nome generico di vari stili di arti marziali cinesi; per estensione, indica anche il genere cinematografico ad esse relativo

Etimologia Dal cinese 功夫 gōngfu, letteralmente 'abilità (sviluppata con l’impegno di tempo ed energia)'

Si può dire che il ventennio compreso tra gli anni ’70 e gli anni ’90 sia stato l’era d’oro di un certo cinema asiatico basato su combattimenti e coreografie spettacolari, le cui colonne portanti sono senza dubbio Bruce Lee prima e Jackie Chan poi, esperti di diverse specialità marziali che fanno capo alla parola di cui parliamo oggi. Eh sì, perché se, per il parlante medio, il kung fu è un’arte come il judo o il tae-kwon do, in realtà, in cinese non indica un singolo stile di combattimento, ma piuttosto un gruppo di scuole accomunate dalla stessa filosofia. Senza entrare nei dettagli delle varie correnti di pensiero e delle diverse tecniche adottate, si può dire che una loro caratteristica comune sia la disciplina e l’autocontrollo, ma anche la ripetizione prolungata degli esercizi, in modo che i movimenti diventino una seconda natura per chi li pratica. Gli allenamenti vanno ripetuti spesso e prolungati nel tempo, ma i risultati che se ne ottengono garantiscono una preparazione duratura e incrollabile: ecco perché al giorno d’oggi i cinesi, per descrivere un lavoro impegnativo, dicono che c’è bisogno di 下功夫 xià gōngfu, cioè di sforzarsi, applicarsi con dedizione.

Ma ripercorriamo brevemente il cammino della nostra parola. La prima occorrenza del termine, in cinese, risale a circa 1800 anni fa, quando indicava una lavorazione manuale non particolarmente specializzata; un paio di secoli dopo, sotto l’influenza del buddhismo indiano, il termine assunse una connotazione più spirituale, indicando quel procedimento di coltivazione personale che, tramite pratiche di tipo materiale e intellettuale, ha come obiettivo l’acquisizione della natura di Buddha. Non per nulla, il kung fu è sovente associato proprio al Monastero di Shaolin, nella provincia dello Henan, dove nel 527 d.C. arrivò il grande monaco indiano DaMo, che spinse gli allievi a intraprendere esercizi fisici formativi, oltre che la pura meditazione, codificando un sistema di arti marziali praticato e insegnato ancora oggi.

Nelle dinastie successive, si intensificò sempre più il senso di “addestramento”, “esercizio ripetuto” e soprattutto del risultato che ne deriva, avvicinandoci al concetto che la parola esprime nel cinese moderno. Bisogna però giungere alla fine della dinastia Qing, a cavallo tra l’800 e il ‘900, con la comparsa dei primi romanzi di cappa e spada, perché la parola kung fu diventi sostanzialmente un sinonimo di arte marziale. È proprio questo il periodo in cui fece capolino nella lingua inglese, in opere come il trattato “Kung fu, o la ginnastica meditativa taoista” di J. Dudgeon, pubblicato nel 1895.

Dopo la rivoluzione del 1911, prima il governo repubblicano e poi quello comunista decisero di adottare rispettivamente le denominazioni guóshù (“arte nazionale”) e wŭshù (“arte marziale”), cosicché la parola gōngfu pian piano ha mantenuto solo il senso astratto di “impegno” che dà risultati, dunque, “abilità che richiede grande impegno”.

Nel frattempo, dall’inizio del XX secolo, si era intensificato il flusso degli immigrati cinesi verso gli Stati Uniti, in particolare la California, dove fu fondata la prima Chinatown statunitense. Proprio lì i migranti cinesi aprirono diverse palestre di “Sil Lum kung fu”, o kung fu di Shao Lin, e negli anni ’50 comparve anche qualche pubblicazione in inglese che tentava di introdurre le tecniche di combattimento orientali. Proprio a San Francisco, nel 1940, nasceva Lee Jun-fan, nome di battesimo di colui che si sarebbe fatto chiamare Bruce Lee. Tutto il resto è leggenda.

Parola pubblicata il 07 Agosto 2020

Parole cinesi - con Francesco Nati

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