Esprimere

La strana coppia

e-sprì-me-re (io e-sprì-mo)

Significato   Manifestare, far conoscere, esternare; significare

Etimologia   voce dotta recuperata dal latino exprìmere, letteralmente 'spremere, modellare, rappresentare', derivato di prèmere con prefisso ex- 'fuori'.

È agosto: periodo ideale per gli indovinelli da spiaggia. Che cos’hanno in comune un caffè, una lacrima, un treno e un’opinione?

Già: pur sapendo qual è la parola del giorno, la risposta non è così immediata, vero? Il motivo è che le voci dotte – proprio in quanto tali – spesso dissimulano la propria origine bassa, terragna. A volte, però, hanno un gemello diverso (tecnicamente, un allotropo) che ne rivela la madre comune, e quindi l’intima natura. Nel caso di esprimere, si tratta di spremere. Per noi, il collegamento tra i due termini non è del tutto evidente, ma per un ispanofono è più facile: in spagnolo exprimir significa proprio spremere, mentre ‘esprimere’ è expresar, costruito a partire da expressus, participio passato del latino exprimere. Andiamo, dunque, a conoscere più da vicino la mamma romana di entrambi.

Exprimere è formato da ex ‘fuori’ e premere, quindi è in origine uno ‘spremere fuori’, ‘fare uscire premendo’. Già in latino, peraltro, attraverso un generico ‘far uscire’, si era arrivati alle accezioni figurate di ‘manifestare, enunciare, rappresentare’. Ed è con questi significati che esprimere entra in italiano alla fine del Duecento, mentre dal canto suo spremere aveva accompagnato la vita quotidiana del popolo senza soluzione di continuità, a partire dal latino parlato expremere: le idee, i concetti, i sentimenti, i desideri si esprimono; invece agrumi, olive e foruncoli si spremono. E le lacrime? Normalmente, anch’esse si spremono, ma se si è scrittori raffinati, come D’Annunzio, si possono anche esprimere – però in quel caso sono immancabilmente lagrime: da qui il privilegio di poter essere espresse, invece che spremute.

E il caffè? Beh, si sa: è espresso. Ma lo è in quanto ‘fatto uscire premendo’? E il treno che c’entra? Qui bisogna fare un altro passo indietro, perché certi participi sono ambiziosi e fanno carriere lunghe e apparentemente indipendenti dal verbo che li ha generati.

In principio, l’espresso era umano. Quando occorreva recapitare un messaggio con urgenza, si mandava un ‘uomo espresso’ – o corriero (sic) espresso, o semplicemente espresso –, cioè inviato appositamente per quella bisogna. Come ci si è arrivati? Ciò che è espresso è manifesto, esplicito, e se chiedo espressamente qualcosa o qualcuno, intendo che essi siano mandati o fatti apposta per me (non a caso, in francese fait exprès significa ‘fatto apposta’). Ma una persona espressa è una persona che ha premura, a cui preme di adempiere la sua missione il più presto possibile. Quando, da uomo, l’espresso si fece lettera, pacco e infine treno, assunse precipuamente i connotati della velocità.

Quanto al caffè, la questione è più complessa. Nel 1936 Antonio Cremonese, titolare del bar Mokasanani a Milano, brevettò un “rubinetto a stantuffo per macchina da caffè espresso”, in cui l’acqua ad alta temperatura era spinta a pressione attraverso la polvere di caffè. Ma espresso perché? Per la pressione della fuoriuscita? Oppure per la velocità di preparazione, in analogia coi treni? Tra i due litiganti, come sempre, c’è un terzo gaudente: a Napoli, dove la parola risulta attestata già nel 1912, il senso attribuito a ‘caffè espresso’ pare fosse indiscutibilmente quello di “fatto apposta”, “appositamente preparato e non già pronto o riscaldato”. Insomma: fait exprès.

Oddio… Persino il caffè, macchiato dall’ennesimo gallicismo!

Parola pubblicata il 04 Agosto 2020

La strana coppia - con Salvatore Congiu

Parole sorelle, che dalla stessa origine fioriscono in lingue diverse, possono prendere le pieghe di significato più impensate. Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due vedremo una di queste strane coppie, in cui la parola italiana si confronterà con la sorella inglese, francese, spagnola o tedesca.