Placido

plà-ci-do

Tranquillo, sereno

dal latino placidus 'calmo, mite, benigno', ma propriamente 'che piace', derivato di placére 'piacere'.

Siamo davanti a un'altra parola delle più accessibili, all'interno della quale c'è però una complessità, uno scarto poco visibile che le dà una profondità inattesa, uno spessore sorprendente.

I suoi significati si diramano dritti: dal tronco di tranquillo, sereno, calmo, si arriva a ciò che comunica e infonde tranquillità, serenità, calma; poi al mansueto, e a ciò che scorre senza turbamenti, fino al rasserenante, all'ameno. E questi significati li troviamo già anche in latino, grossomodo, seppur con un orientamento che porta il placidus più verso il benigno, il benevolo, perfino il fertile.

Ma l'origine di questa parola non ci parla di quiete; ci parla di piacere. Ed è questo lo scarto magnifico del placido: è tranquillo nella misura in cui è piacevole. Una persona, un animale, un luogo ridotto alla calma con la forza, con la coercizione, non è placido. Si dice placido quel calmo che fiorisce spontaneamente nel piacere, di piacere. Quando la sera d'estate rinfresca me ne sto placido sul dondolo coi pistacchi e il prosecco; la giornata che scorre placida con gli amici al mare è ricamata di un godimento che non ha fretta; il cane che riposa placido all'ombra dà sempre l'idea di aver capito qualcosa della vita che a noi sfugge.

Non tutti i piaceri sono tranquilli, non tutte le tranquillità sono piacevoli: il placido è un crepuscolo fra questi due concetti, non un mero 'sereno'. Che magnifica sottigliezza.

Parola pubblicata il 11 Ottobre 2018

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