Spilorcio

spi-lór-cio

Avaro; persona avara

etimo incerto; forse derivato di pilorcio, che secondo le "Note al Malmantile", testo scritto nel 1675 in spiegazione del "Malmantile Racquistato" (un poema epicomico scitto da Lorenzo Lippi farcito di espressioni idiomatiche della Firenze del primo seicento), era il nome che i pellicciai davano ai ritagli di pelle ormai inutilizzabili, che venivano venduti come fertilizzante; forse, adattamento di pidocchio.

È una parola straordinariamente intensa; forte di un suono sprezzante, descrive l'avaro e il taccagno con grande aggressività - tanto che finisce per indicare i casi più clamorosi di avarizia, lampanti anche e soprattutto nelle minutezze della quotidianità. È ovviamente spilorcio zio Paperone, il corteggiatore che ci porta a mangiare nella bettola e che poi vuole dividere il conto si comporta da spilorcio, e l'acquirente spilorcio insiste per tirare il prezzo molto al di sotto di quanto sarebbe equo.

L'etimologia non ci dà del terreno solido su cui ragionare, ma l'antica ipotesi delle "Note al Malmantile" riesce parecchio suggestiva: evocando il collegamento con 'pilorcio', cioè con il ritaglio di pelle inutilizzabile e quindi volto in spazzatura, ci propone di vedere lo spilorcio come colui che misura il pilorcio, tenendo il conto anche di ciò che ha un valore minimo.

Lo spilorcio non è oculato, è attaccato. Non solo non conosce generosità, ma trascura bellamente ogni regola di cortesia e di giustizia pur di non dare del suo. È una parola così forte da suonare già da sola come una maledizione.

Parola pubblicata il 24 Settembre 2015

Commenti