Utopia

u-to-pì-a

Concezione o aspirazione idealistica

neologismo di Tommaso Moro, coniato nel 1516 in un suo libro solitamente titolato come "L'Utopia"; dal greco: ambiguamente, può essere composto di ou non e topia luogo - accentando l'irrealtà dell'utopia -, oppure composto di eu buono e topia luogo - accentando la bontà dell'idea.

L'utopia ha i connotati di un disegno sprezzato poiché irrealizzabile e piantato per le nuvole ma anche di un idealismo spinto e ricco di valori: l'utopia di Moro nasce come l'ipotesi dello Stato perfetto, e questo ambito resta un campo privilegiato per la coltivazione di utopie. Quale non-buon-luogo è più importante dell'istituzione societaria? E quindi, da Atlantide in poi, gli uomini hanno fatto a gara alcuni a tirar su ipotesi gloriose e felici, altri ad affondarsele.

Ma così come è risibile la parte dell'utopista, è triste la parte di chi lo riporta a terra. Per fortuna vi è una soluzione a questo nodo di tensione che pare inevitabile fra idealismo e realismo - e non sto parlando del ruolo diverso che pure hanno l'uno nel sognare il futuro e l'altro nel renderlo possibile.

Se dichiarare il desiderio della pace nel mondo non le darà luogo, invece l'impegno per la pace nel cuore avrà buon luogo - luogo di responsabilità e controllo come solo il nostro universo interiore è, orto familiare, zona franca dalle esternalità titaniche che impediscono l'utopia classica. La soluzione sta nella scelta del luogo - dentro di noi l'utopia non è bizzarra fantasia ma certezza matematica. E con pazienza si arriverà lontano: noi già siamo i figli dell'utopia di tanti che, saggi, non sognarono un mondo perfetto, ma un mondo migliore.

Parola pubblicata il 22 Novembre 2011

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