Pathos

pà-thos

Significato Forza drammatica, particolare intensità di sentimento di una creazione artistica; forte tensione emotiva

Etimologia voce dotta recuperata dal latino tardo pathos, dal greco páthos ‘sofferenza’, da pâschein ‘soffrire’.

  • «È stato un intervento ricco di pathos.»

Patemi e patologie — che sono fronde etimologiche che spuntano dal pathos — possono farci annusare che qui si parla di sofferenza. Questo è vero, ma è una verità parziale: si parla di un sentimento intenso.

Proviamo a fare qualche passo su un concetto scivoloso?
Abbiamo un atteggiamento ambivalente rispetto ai sentimenti in genere: dominiamo complesse impalcature morali e culturali che sostengono ed esaltano quelli buoni, così come sviliscono e ripudiano quelli cattivi. Oggi difficilmente consideriamo che provare sentimenti sia male. Ma la prima ancestrale impressione rispetto alle affezioni dell’animo, ai sentimenti in genere (anche quelli positivi, anche quelli buoni) traspare come essenzialmente negativa — e a modo nostro la perpetuiamo.

Ad esempio la passione è una declinazione del tormento; la rabbia è idrofobia pazza e violenta; l’euforia non può essere un senso di benessere, deve essere effetto di follia o di sostanze; la pietà ci ripugna e brucia tanto che grattiamo dal fondo del barile una pietas latina impertinente con cui sostituirla, che la raffreddi e dissimuli. Il sentimento, l’esperienza del sentimento, è essenzialmente un’esperienza dolorosa — ed è di questo che ci parla soprattutto il pathos originale. (Sembra una variazione sull’assunto buddhista del «tutta l’esistenza è duḥkha», sofferenza.) Ma in fondo a questo tradizionale vaso di Pandora troviamo qualcosa di inatteso.

La parola ha un grande potere — questo è stato evidente a tutte le caterve dei progenitori, risalendo, via via più pelosi. Una delle manifestazioni di questa potere sta nella rappresentazione delle passioni. È un mezzo — di lingua, di gesto — capace di esprimere e rendere queste affezioni, a quanto pare tanto perniciose. E questo tipo drammatico di rappresentazione è uno dei significati antichi del pathos: ha l’aria di essere un significato particolare e minore, ma oggi, dopo una cascata di secoli, se parliamo di pathos parliamo precisamente di questo.

Se descrivo una scena con grande pathos, non significa che io compio questa descrizione con patimento, ma con enfasi, con trasporto — o meglio, rappresentando in maniera lirica, efficace, vivace da un punto di vista emotivo. Non sto raccontando che la zia quando abbiamo perso al torneo di briscola per un punto si è stizzita molto: sto mimando, imitando il modo in cui ha lanciato il mazzo di carte per aria, il tono di voce rotto e furente con cui ha insultato gli altri e me, puntandoci il salame ricevuto in premio sul petto. Se parlo di come una commemorazione sia stata priva di pathos, non sto dicendo semplicemente che è stata essenziale, non retorica, ma che è mancata la resa di un sentimento, è mancata l’efficacia nella rappresentazione della passione. Se racconto di come l’acme dell’opera sia piena di pathos, presento tutta la tensione emotiva congegnata in quella situazione — intensa, che muove.

È uno dei caratteri che la cultura greca riconosceva alla tragedia, il pathos, e uno dei mezzi per la catarsi, la purificazione dalle passioni attraverso la rappresentazione delle passioni. Noi magari non siamo tragediografi della Grecia antica, ma anche noi, nel nostro piccolo, abitiamo gli afflati impetuosi e seducenti delle potenze drammatiche, e nello scherzo e nella serietà continuiamo a coglierne i frutti.

Ecco perché il pathos, il nostro pathos, l’accezione con cui intendiamo oggi in italiano questo grecismo crudo, è tanto importante: perché squaderna una funzione essenziale della comunicazione, della parola. Cioè ergersi, minuta e volante, a fronteggiare l’imponderabile magma del sentimento nell’unico modo possibile: rendendolo con efficacia.

Parola pubblicata il 16 Marzo 2024