Abbiosciarsi
ab-bio-sciàr-si
Significato Lasciarsi cadere, accasciarsi per stanchezza, per il caldo o per avvilimento; detto di piante e fiori, avvizzire, perdere turgore. In senso figurato, abbattersi, perdersi d’animo
Etimologia derivato con il prefisso a- dall’aggettivo bioscio ‘moscio, floscio’ (sec. XV), prestito germanico dal longobardo *blauz ‘molle, nudo’, imparentato con il tedesco bloss ‘nudo’ e con il lombardo biót; secondo altri, dal sostantivo toscano bioscia ‘neve molle appena caduta’.
Parola pubblicata il 01 Ottobre 2026

Ci sono stanchezze ancora decorose, nelle quali ci si siede, si sospira, magari ci si concede il lusso di dichiararsi esausti; e poi ce n’è una che fa perdere al corpo qualunque velleità di contegno. Le spalle cedono, le gambe vengono abbandonate dove capita, la schiena cerca la prima superficie disponibile e rialzarsi appare un progetto sproporzionato rispetto alle forze residue. In questi casi, asserire che si è stanchi è quasi troppo poco: siamo abbiosciati.
Dietro il verbo c’è un aggettivo che quasi nessuno usa più, bioscio, cioè «moscio, floscio, privo di consistenza»; e dietro bioscio c’è il longobardo ricostruito *blauz, che valeva «molle, nudo». La parentela germanica affiora ancora nel tedesco bloss, «nudo», e nel lombardo biót, anch’esso «nudo, spoglio». Bioscio, invece, ha perso la partita contro i più fortunati moscio e floscio, che oggi usiamo persino per spiegarlo. Così basta metterli in fila – bioscio, moscio, floscio – perché abbiano già il suono di qualcosa che fatica parecchio a mantenersi eretto.
Un’altra ipotesi etimologica, però, fa partire abbiosciarsi dalla bioscia toscana, la neve molle appena caduta, acquosa, incapace di reggere il passo; la stessa parola può indicare anche una minestra brodosa e scipita. È un’ipotesi bellissima, perché farebbe di chi si abbioscia qualcuno che si riduce in neve sciolta; ma viene il sospetto che quella neve moscia sia a sua volta un derivato di bioscio. Ad ogni modo, l’immagine, quale che sia la trafila storicamente corretta, calza perfettamente al verbo: chi si abbioscia non cade di schianto e nemmeno si limita a sedersi, piuttosto si deforma, come una struttura che abbia smesso di sostenere il proprio peso.
Per questo il verbo dà il meglio con tutto ciò che sta in piedi grazie a una tensione. Si abbiosciano i gerani nelle ore centrali di luglio, salvo risollevarsi la sera dopo una buona annaffiatura; può abbiosciarsi una vela quando cala il vento e la tela, un attimo prima gonfia e tesa, ricade su sé stessa; si abbioscia magnificamente un cane sul pavimento fresco. E naturalmente ci abbiosciamo noi: sulla poltrona dopo dodici ore di lavoro, sul sedile del treno alla fine di un viaggio interminabile, su una sedia di plastica in una sala d’attesa, oppure quando arriva finalmente quella notizia che speravamo di non ricevere. Pirandello ne aveva colto proprio questa saldatura fra corpo e umore quando scrive di un personaggio che «s’abbiosciò, a un tratto, mortificato» dato che era «venuto con la prevenzione di dover combattere chi sa che battaglia contro i cavilli e le insidie di quel vecchio rospo».
Gli usi figurati possono spingersi anche oltre, purché rimanga percepibile quell’idea del venir meno della tensione. Un entusiasmo iniziale si abbioscia quando all’euforia del progetto subentra il lavoro necessario a realizzarlo; una squadra può abbiosciarsi dopo un gol preso nel momento peggiore, una conversazione a cena quando qualcuno pronuncia la frase sbagliata e nessuno trova il modo di raccoglierla.
Il campo dei sinonimi è affollato. Accasciarsi è forse il più vicino, ma ha un tono più grave: ci si accascia per un malore, sotto il peso degli anni o del dolore. Afflosciarsi rende benissimo la perdita di tensione e si presta volentieri agli oggetti; avvizzire richiede generalmente il tempo e predilige piante e pelle; spossarsi ed estenuarsi raccontano la perdita delle forze più che la postura che ne consegue. Abbiosciarsi tiene insieme il cedimento fisico e quello morale.
Attenzione anche ad abbioccarsi, che gli somiglia abbastanza da attirarlo nella propria orbita. L’abbiocco è sonnolenza, torpore, quella resa postprandiale nella quale gli occhi cominciano a chiudersi e il divano esercita un richiamo irresistibile. Per abbiosciarsi non occorre avere sonno: si può rimanere sveglissimi e, nondimeno, non avere più alcuna intenzione di sostenere dignitosamente il proprio scheletro.
Nell’italiano di oggi abbiosciarsi non è comunissimo, e proprio questa relativa rarità contribuisce alla sua forza espressiva. Chi lo sceglie difficilmente lo fa per caso: rispetto al più neutro accasciarsi, il verbo indugia sul cedimento, lo rende quasi visibile e spesso vi aggiunge una punta di enfasi scherzosa. Dire «dopo pranzo mi sono abbiosciata sul divano» contiene una certa autoironia sulla propria prostrazione; «mi sono accasciata sul divano», nelle medesime circostanze, rischierebbe semmai di far preoccupare i presenti. È una parola abbastanza inconsueta da farsi notare quando arriva, senza essere tanto desueta da sembrare uscita da un altro secolo.
Ed è un peccato che non arrivi più spesso, perché nomina una condizione per la quale spendiamo continuamente formule assai meno precise: sono a pezzi, sono distrutta, non mi reggo più. In certi pomeriggi affannati, dopotutto, non siamo né a pezzi né distrutti: siamo ancora tutti interi, solo provvisoriamente incapaci di darci un contegno. Terribilmente, perfettamente biosci.