SignificatoRibattere un’argomentazione dimostrandone infondatezza o errore
Etimologia voce dotta recuperata dal latino confutare ‘abbattere, reprimere, ribattere’, dalla voce ricostruita come futare ‘battere’, col prefisso co(n)-.
Ancora una volta dovremo soppesare il potente effetto di un prefisso, e lo faremo parlando di un'attività umana che è nientemeno che somma —esercizio argomentativo che è insieme fastigio e fondamento delle nostre possibilità. Ma rientra pur sempre nell'importante e vasto alveo dell'opporsi, quindi i sinonimi da confrontare non mancheranno.
Il latino confutare è un ribattere, abbattere, indebolire, reprimere (incardinato su una radice che offre un 'battere' molto concreto), e finisce per prendere già il profilo che conosciamo oggi. Recuperato dall'italiano nel Trecento, è un modo di controbattere un'argomentazione — non soverchiandola con altri argomenti più stringenti, non minandola con tattiche retoriche doppie, ma semplicemente (si fa per dire) dimostrandone l'errore, l'infondatezza, la falsità. Il confutare è diretto e schietto, gioca sul tappeto verde con la brutale forza della logica, mirando a far crollare l'opposta tesi. L'intensità di questa dotta parola si sente.
Ad esempio, il contestare mette in dubbio, critica anche in maniera radicale, ma corre sempre il rischio di risultare un po' polemico, improntato a uno scontento atteggiamento di protesta. Il contraddire, figuriamoci, invece è piano, leggero, perfino occasionale. Se il confutare si è fatto molto intellettuale, il controbattere (che pure alla lettera ci si avvicinerebbe) ha una certa aggressività, una misura di brillantezza e non poca verve retorica. Lo smentire non implica l'ausilio di strumenti logici (posso smentire mentendo), il respingere quasi non ne vuol sapere, il rintuzzare tenta di neutralizzare, spesso scoraggiando o perfino umiliando. C'è da considerare, infine, il refutare.
'Refutare', si nota, è fratello di 'confutare'; cambia il prefisso. Trascurando il fatto che è davvero desueto (più dell'irrefutabile, curiosamente), il refutare è continuato popolarmente nel rifiutare, che ci dà una dimensione di immediatezza a cui non serve nemmeno pensarci troppo — quel 're-' è repulsivo. Il confutare è meticoloso, attento, esperto; non è animoso, sta sui fatti e sugli argomenti, scegliendo oculatamente quali sono quelli che, invalidati, faranno crollare tutto il castello. La prospettiva è quella del prefisso co-, che contempla l'interezza di una situazione. Certo, si pone su un piano così nettamente intellettuale che può essere scavalcato e via: hai voglia a confutare, se dall'altra parte gli argomenti non sono misurati con la logica si sta giocando a giochi diversi. Ma questo non toglie che siano tanti gli alti approdi che devono passare attraverso la confutazione — da quelli forensi a quelli scientifici.
Così posso parlare di come la teoria finora accettata sia stata confutata attraverso una serie di nuovi riscontri empirici, posso parlare di come la tesi della controparte sia confutata da testimoni degni di fede e da argomenti solidi, e posso parlare di quanto siano ancora pervicaci dottrine ormai confutate.
Forza, eleganza di ragionamento; forse, a volte, coi piedi un po' staccati da terra.
Ancora una volta dovremo soppesare il potente effetto di un prefisso, e lo faremo parlando di un'attività umana che è nientemeno che somma —esercizio argomentativo che è insieme fastigio e fondamento delle nostre possibilità. Ma rientra pur sempre nell'importante e vasto alveo dell'opporsi, quindi i sinonimi da confrontare non mancheranno.
Il latino confutare è un ribattere, abbattere, indebolire, reprimere (incardinato su una radice che offre un 'battere' molto concreto), e finisce per prendere già il profilo che conosciamo oggi. Recuperato dall'italiano nel Trecento, è un modo di controbattere un'argomentazione — non soverchiandola con altri argomenti più stringenti, non minandola con tattiche retoriche doppie, ma semplicemente (si fa per dire) dimostrandone l'errore, l'infondatezza, la falsità.
Il confutare è diretto e schietto, gioca sul tappeto verde con la brutale forza della logica, mirando a far crollare l'opposta tesi. L'intensità di questa dotta parola si sente.
Ad esempio, il contestare mette in dubbio, critica anche in maniera radicale, ma corre sempre il rischio di risultare un po' polemico, improntato a uno scontento atteggiamento di protesta. Il contraddire, figuriamoci, invece è piano, leggero, perfino occasionale. Se il confutare si è fatto molto intellettuale, il controbattere (che pure alla lettera ci si avvicinerebbe) ha una certa aggressività, una misura di brillantezza e non poca verve retorica. Lo smentire non implica l'ausilio di strumenti logici (posso smentire mentendo), il respingere quasi non ne vuol sapere, il rintuzzare tenta di neutralizzare, spesso scoraggiando o perfino umiliando. C'è da considerare, infine, il refutare.
'Refutare', si nota, è fratello di 'confutare'; cambia il prefisso. Trascurando il fatto che è davvero desueto (più dell'irrefutabile, curiosamente), il refutare è continuato popolarmente nel rifiutare, che ci dà una dimensione di immediatezza a cui non serve nemmeno pensarci troppo — quel 're-' è repulsivo. Il confutare è meticoloso, attento, esperto; non è animoso, sta sui fatti e sugli argomenti, scegliendo oculatamente quali sono quelli che, invalidati, faranno crollare tutto il castello. La prospettiva è quella del prefisso co-, che contempla l'interezza di una situazione.
Certo, si pone su un piano così nettamente intellettuale che può essere scavalcato e via: hai voglia a confutare, se dall'altra parte gli argomenti non sono misurati con la logica si sta giocando a giochi diversi. Ma questo non toglie che siano tanti gli alti approdi che devono passare attraverso la confutazione — da quelli forensi a quelli scientifici.
Così posso parlare di come la teoria finora accettata sia stata confutata attraverso una serie di nuovi riscontri empirici, posso parlare di come la tesi della controparte sia confutata da testimoni degni di fede e da argomenti solidi, e posso parlare di quanto siano ancora pervicaci dottrine ormai confutate.
Forza, eleganza di ragionamento; forse, a volte, coi piedi un po' staccati da terra.