Fastigio

fa-stì-gio

Culmine, vertice; punto più alto di un edificio

dal latino: fastigium sommità, da avvicinare a fastus orgoglio, superbia.

Una vetta che è vetta orgogliosa, vigorosa, quasi sprezzante, è un fastigio.

Architettonicamente è l'aquila bicipite o il drago scolpito al sommo d'una porta, il leone rampante di bronzo in cima alla torre, il gruppo statuario posto a sovrastare la facciata: roba sobria insomma, segno di umiltà; per completezza segnaliamo che anche in anatomia - che è l'architettura del corpo - esistono i fastigi, e si tratta degli incontri di due strutture a formare un angolo, una guglia.

Scendendo dalla strada di campagna verso la città lungo i fianchi delle colline, o giungendo in aereo allungando lo sguardo da sopra le nubi, o scorgendoli fra la nebbia che ancora separa la nave dal porto, si possono vedere i grandi fastigi della nostra civiltà - i grattacieli torreggianti che barbagliano coi vetri splendenti al sole, le sfere d'oro e le statue poste sui pinnacoli anneriti delle cattedrali, il cotone velenoso dei fumi opachi di industrie titaniche.

Al vernissage o alla prestigiosa presentazione del libro di poesie saranno adorati in abito da sera i fastigi di opere costosissime e tirate a caso, e versi plauditissimi e privi di senso, con cui l'artista impenna il proprio ego.

Vette orgogliose, vigorose, quasi sprezzanti e sicuramente strepitose, che poco hanno a che vedere con le serene cime dei cipressi, con le sublimi creste delle Alpi e col silenzio di ogni umano simbolo di onore che non abbia bisogno di imporsi dall'alto gridando per affermare il proprio valore.

Parola pubblicata il 10 Luglio 2011

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