Cosa

cò-sa

Significato Nome generico usato per indicare un’entità materiale o ideale, reale o immaginaria, concreta o astratta che spesso non si può o non si vuole indicare con esattezza

Etimologia dal latino causa.

Una volta nella vita facciamocela, questa domanda: da dove peschiamo il nostro ‘nome generico di entità’, cioè ‘cosa’? E che limiti ha?

Possiamo iniziare dicendo che ‘cosa’ deriva dal latino causa. Già questo è strano, quantomeno svilente: da un lato causa ha una dimensione elevata, in quanto motivo, processo in tribunale, missione — un concetto filosofico e logico sfaccettato, che serve per leggere le catene di produzione degli effetti nel mondo. Dall’altro ‘cosa’ è veramente il termine meno pensato che abbiamo, nemmeno una sbozzatura di concetto, un affare, una roba che non ha specificazioni non perché sia un enigma, ma perché sopra non ci si affanna mezza ipotesi.

Ovviamente c’è un ponte che conduce dall’una all’altra parte, un ponte di semplificazione ideale, anche di banalizzazione. Precipita le altezze della causa in un oggetto — un po’ come accade anche all’affare stesso (peraltro uno dei significati di causa), che da interazione dinamica e alta si fa cosa, aggeggio. La cosa è una realizzazione della causa, forte di quella certa pratica che trova nelle cose del mondo, che si possono indicare, riflesso il labirinto superiore di cause ed effetti. Dopotutto, pare che comunque causa fosse frutto di una peculiare astrazione — risalendo la forma arcaica caussa alla famiglia del verbo cudere, ‘colpire, battere’ (quello dell’incudine), e trovando nel ‘colpo’ una causa prima.

Ma insomma, che cosa è una cosa? Entità materiale, ma volendo anche immateriale, entità concreta, ma volendo anche astratta, reale, come pure immaginaria — e il suo valore cruciale è proprio questa estrema, totale vaghezza di qualcosa che è distinguibile, separato dal resto dei fatti del mondo, senza che però ne siano individuati tratti distintivi.

‘Cosa’ dice senza dire: così si inclina bene alla funzione di pronome, scalzando il ‘che’ che dovrebbe rafforzare (cosa mi dici?), abbraccia ciò che non si può o non si vuole precisare: vedendo il nuovo quadro dipinto dal compagno che campeggia in salotto, domandiamo che sia questa cosa; chi cerca di disorientarci e metterci sulla difensiva esordirà confidandoci che gli è stato detto ‘di questa cosa’, senza che sappiamo a che cosa si riferisca; e per fare una divisione dualistica senza troppe pastoie parleremo di cose terrene e cose spirituali — e quando non ci sono parole che bastano, allora un sentimento, una persona può diventare una cosa grande.


Non ne trovo traccia.
...…
Venne da me apposta
(di questo sono certo)
per farmene dono. […]
....…
Non spero più di trovarla.
....…
L'ho troppo gelosamente
(irrecuperabilmente) riposta.

Giorgio Caproni, “Res amissa” in “Res amissa”

La vita per Caproni è, essenzialmente, una ciambella: tutto ciò che esiste si costruisce attorno a qualcosa che manca. Sono tante le forme che questo vuoto ha assunto nelle sue poesie, inclusi gli spazi bianchi e i puntini di sospensione così frequenti nelle ultime raccolte. Ma il suo nome più appropriato è anche il più semplice: la cosa perduta, in latino res amissa, titolo dell’ultima raccolta e della poesia che le dà il nome.

Del resto ci sono illustri precedenti che giustificano un nome così generico. Freud – riprendendo Heidegger – ha definito das ding (“la cosa”) un godimento originario e totale, di cui conserviamo solo la nostalgia. Eppure non è mai stato davvero nostro, perché precede la vita individuale: forse è la traccia di quando eravamo un tutt’uno con la mamma o, ancora più indietro, con la materia inorganica.

Lacan poi ha attribuito alla Chose un ulteriore significato. Per dirla in breve, la nascita del linguaggio è stata come un colpo di spada che ha separato il piano del Reale da quello del Simbolico; perciò il Reale è per noi una Cosa mai pienamente comprensibile, che preme col suo mistero sulle nostre piccole parole.

Per Caproni la Cosa è tutto questo, e altro. È quel grumo incomunicabile che giace al fondo di ogni pensiero, è l’abisso del non essere attorno a cui le nostre esistenze si intessono, è il “tempo intatto e indiviso” dell’infanzia (Le biciclette), è la speranza che muove la vita nonostante ogni pretesa di definirla o di negarla. Ed è anche la grazia divina, destinata a rimanere “per sempre inconoscibile” (Il teologo pone).

Comunque sia, il poeta è certo che la res amissa sia un “dono”, anche se non sa chi e quando l’abbia portata. Inoltre essa è irraggiungibile perché, paradossalmente, è troppo vicina, troppo radicata dentro la vita: è “estima” avrebbe detto Lacan, fondendo gli aggettivi “esterno” e “intimo”. Caproni nelle interviste usa l’esempio di una lettera che non si riesce più a ritrovare proprio perché la si è riposta con troppa cura.

Infine la Cosa non solo non può, ma non deve essere ritrovata, perché “ogni ritrovamento / – sempre – è una perdita” (L’ignaro). Quando pensiamo di averla trovata in realtà l’abbiamo tradita: abbiamo tappato il buco. Ma forse questo significa che, specularmente, la vera ricchezza sta nella mancanza. E se il dono fosse proprio questo, un vuoto da cui tutto si irradia? In fondo cosa sarebbe della nostra vita se conoscessimo tutto e non avessimo nulla da desiderare?

Parola pubblicata il 16 Ottobre 2022

Giorgio Caproni, le parole - con Lucia Masetti

Ci avventuriamo insieme in un viaggio insolito — cioè nelle parole di un poeta grande e poco conosciuto del secolo scorso, Giorgio Caproni, a cui dedichiamo una settimana di pubblicazioni a tema.